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Toh, si drogano – Gianfrancesco Turano

16 Lug

230457349-d5c465ab-1547-421e-9276-766e8442ea41Tyson Gay e Asafa Powell si aggiungono alla lista degli imbroglioni dopati. Qualche ipotetico danno alla salute futura in cambio di milioni di euro/dollari subito continua a rimanere una scommessa vincente. Anche perché da tempo l’atletica leggera non vedeva vittime di tale prestigio. Certo, c’è sempre la martellista di area ex sovietica che inciampa in un controllo. Ma chi se la ricorda? Qui invece parliamo di 100 metri. Significa sponsorizzazioni di primissimo livello. Significa soldi veri ogni mese, molto al di sopra dei 100-150 mila euro di un oro olimpico dopo quattro anni.

Legalizzare? Qualcuno tornerà a proporlo. Sarebbe anche un’idea da considerare, se solo si potesse separare lo sport tra professionismo tossicomane e dilettantismo pulito. La cronaca dimostra che è un sogno irrealizzabile. De Coubertin muore di nuovo a ogni corsetta di amatori che si presentano al via più pompati delle star dei Gran Gala o del Tour de France.

“Soldi per fare soldi per fare soldi” attaccava Giorgio Bocca in uno dei suoi reportage più famosi. Sostituire “fare soldi” con il verbo drogarsi e la spiegazione regge. Non solo perché fare soldi e drogarsi sono ormai l’effetto e la sua causa. Ma anche per i dilettanti che non guadagnano drogandosi, anzi spendono, il doping è un modo di vivere la competizione globale nel proprio piccolo cosmo di truffatori ben allineati.

Una modesta proposta di questo blog, tempo fa, ipotizzava l’introduzione dei controlli antidoping a vista. Certe corporature non sono compatibili con le leggi di natura. Inutile perdere tempo e soldi, che peraltro l’agenzia antidoping del Cio (Wada) non ha, a dare la caccia a uno come Gay, un armadio volante che fa assomigliare il Ben Johnson di Seul 1988 al superstite di un lager.

L’altra proposta sarebbe che i cronisti finalmente si rifiutassero di celebrare le imprese di questi farabutti così come si dovrebbe smettere di dedicare spazio alle boiate razziste di tale Roberto Calderoli.

Ma i giornali devono lisciare il lettore nel senso del pelo. Così almeno si dice. Serve per vendere di più, anche se tutti  i giornali continuano a vendere di meno.

E allora capita di leggere due pagine su Calderoli ritratto come un opportunista in cerca di pubblicità. E noi gliela neghiamo? Certo che no.

E capita di leggere esattamente una settimana fa su el País, giornale ottimista e di sinistra per dirla con Lucio Dalla, altre due pagine sul trionfo al Tour de France dello spagnolo Perico Delgado nel 1988, venticinque anni fa. Due pagine di celebrazione, di epica, di rievocazione mitologica. E, alla fine dell’ultima colonna, qualche riga per ricordare che al Tour del 1988 Delgado fu trovato positivo al Probenecid, un farmaco usato per mascherare gli steroidi, e che non fu squalificato perché il Cio proibiva quella sostanza ma l’Unione ciclistica internazionale no e perché la diplomazia del governo iberico si mosse per salvare dal fango l’impresa dell’eroe.

Un quarto di secolo dopo lo spettacolo continua uguale a se stesso. Lo sport più diffuso al mondo non è il calcio, è l’ipocrisia. Per quella non serve l’antidoping. È una sostanza naturale.

Tratto da: http://turano.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/07/15/toh-si-drogano/

 
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Pubblicato da su 16 luglio 2013 in TEMPI MODERNI

 

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