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Gli ultras di piazza Taksim e l’antiquata concezione del tifo come oppio dei popoli

23 Giu

 

turkultunite-copia

di Carlo Maria Miele (http://mondocalcio.wordpress.com)

C’è qualcosa di parecchio rilevante nella massiccia presenza degli ultras nelle rivolte che a partire dallo scorso 31 maggio hanno coinvolto Istanbul.

Con  le ovvie e sensibili differenze dettate dal contesto in cui hanno avuto  luogo, la partecipazione degli ultras nelle manifestazioni di piazza in  Turchia, e in precedenza inquelle in Egitto, segnano (o per meglio dire confermano) una realtà non più considerabile episodica.

In Europa la presenza di frange del tifo organizzato si era già avuta a Genova, nel 2001,  e si è ripetuta nel corso di diverse manifestazioni no-global del  decennio passato. In Egitto, all’inizio del 2011, questa presenza si è  fatta più massiccia ed evidente, finendo per diventare un tema di  indagine per giornalisti e sociologi, spesso colti alla sprovvista dal  fenomeno. Ma è solo in Turchia che il ruolo degli ultras in piazza  acquista una centralità senza precedenti.

Come rilevato da diversi  osservatori, la partecipazione di supporter di Besiktas, Fenerbahce e  Galatasaray, le tre principali squadre di Istanbul, è stata evidente da  subito e ha avuto poco di estemporaneo. Al contrario di quanto avvenuto  in Egitto, dove i supporter di Al-Ahly e Zamalek, i due principali club  cittadini, hanno marciato a lungo separati e separatamente hanno  fronteggiato la polizia, in Turchia da subito i diversi gruppi – tra cui  pure esiste una vecchia e marcata rivalità (assimilabile a quella  esistente in Italia tra Roma e Lazio) – hanno scelto di coordinarsi e di  costituire un fronte unico, simbolicamente rappresentato dall’insegna  “Istanbul United”, chiedendo le dimissioni del premier Recep Tayyip  Erdogan.

Al loro interno sarebbe stato decisivo il ruolo di  iniziativa e coordinamento giocato dalla frangia più politicizzata dei  fan del Besiktas, gli ultras Çarşı, la cui connotazione politica (anarchica) è nota da sempre.

Fatto  sta che i supporter delle tre squadre cittadine hanno contribuito  attivamente alla resistenza in piazza, ergendo barricate, rispondendo  alle cariche della polizia e al lancio di lacrimogeni.

Rispetto a  larga parte dei manifestanti, gli ultras hanno potuto far valere la  maggiore esperienza accumulata in anni di scontri con le forze  dell’ordine. Come ha rilevato Bagis Erten, reporter sportivo per diversi  network televisivi turchi, “sono abituati a combattere regolarmente. Il  loro arrivo ha sollevato il morale dei manifestanti e hanno giocato un  ruolo guida nelle poteste”.

Sabato scorso, a una settimana  dall’inizio delle proteste, gli ultras hanno convocato la manifestazione  di piazza Taksim. Il raduno, uno dei più grandi tenuti dall’inizio  della protesta, si è concluso con l’occupazione del tetto del Centro  Culturale Atatürk (Akm), da cui gli ultras hanno lanciato razzi e  fumogeni creando un vero e proprio spettacolo pirotecnico.

foto (21)

Quanto  avvenuto negli ultimi 15 giorni in Turchia, e nelle precedenti  esperienze analoghe in Europa e in Nord Africa, crea insomma un  precedente di cui non sarà possibile non tenere conto.

Il  paradosso è che fino ad oggi diversi governi autoritari hanno scelto di  assecondare il fenomeno ultras, utilizzando gli stadi come valvola di  sfogo per le frustrazioni delle generazioni giovani o meno giovani,  facendone uno spazio di relativa libertà rispetto ad altri luoghi di  aggregazione. Ciò che non era possibile fare o urlare per strada veniva  invece tollerato all’interno delle strutture sportive. Le curve  diventavano degli incubatori del dissenso funzionali alla conservazione  del potere.

Gli sviluppi degli ultimi giorni mettono in crisi  questo approccio, visto che proprio dagli stadi, sempre più spesso,  viene uno dei soggetti politici più attivi e potenzialmente pericolosi  per chi vuole mantenere lo status quo.

Di pari passo la  partecipazione attiva degli ultras alle proteste mette in crisi la  sociologia spicciola che finora a questo modo di intendere il mondo  delle curve ha fatto da supporto  ideologico. Ossia l’idea che il tifo  rappresenti un modo utile per distogliere l’attenzione dai problemi  reali, per convogliare energie potenzialmente pericolose verso il nulla.  In altri termini la visione di un tifo che – con l’affievolirsi della  portata globale della religione – diventa il moderno oppio dei popoli.

D’ora in avanti portare avanti le stesse tesi sarà più difficile. È per molti governi sarà anche più pericoloso.

tratto da http://www.infoaut.org

17 giugno 2013

 
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Pubblicato da su 23 giugno 2013 in SPAZIO CRITICO

 

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