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Pietro Paolo Mennea, il più grande – Gianfrancesco Turano

22 Mar

UnknownPietro Paolo Mennea è morto. Aveva quasi 61 anni ed è stato il più grande velocista europeo. Pulito, bisogna subito aggiungere, pulito in uno sport dove puliti non si può più essere da tempo, se si vogliono raggiungere risultati di eccellenza.

Lo scorso giugno aveva compiuto 60 anni ed era stato celebrato da un’intervista bellissima di Emanuela Audisio su Repubblica. Senza avere bisogno di rileggerla, rimangono impressi nella memoria gli aneddoti sui ritmi di allenamento pazzeschi di Pietro da Barletta al centro federale di Formia dove lo sprinter pugliese trascorreva la gran parte del suo tempo insieme al suo allenatore, il professor Carlo Vittori.

Ogni anno 350 giorni tra allenamenti e gare per circa 18 anni.

A fine carriera, quando pesava soltanto due chili in più di quando aveva incominciato, si era trovato ad affrontare mostri anabolizzati che in gara pompavano le ginocchia all’altezza della testa di Pietro.

Pochi anni dopo, a un convegno di medicina sportiva in Germania, Mennea salì sul palco per un intervento e diffuse il suo piano di allenamento quotidiano senza dire che lo aveva seguito per quasi 20 anni.

Un medico alzò la mano per intervenire e gli chiese se la persona che seguiva quel programma era ancora vivente. “Lì ho capito che la battaglia contro il doping era persa”. Nessuno sfacchinava come lui, per 14 ore al giorno, finché al centro di Formia restava solo il custode. C’erano altri sistemi per sobbarcarsi gli stessi carichi in meno tempo e con risultati più sicuri.

Dopo essersi ritirato, Pietro ha fatto altro. Ha preso due lauree. Era avvocato e commercialista. È diventato eurodeputato con Di Pietro, poi con Forza Italia e infine con il partito della bellezza di Sgarbi. Ondivago ma non per opportunismo, come i venduti sempre in offerta sul banco dei saldi. Pietro era un fanatico dell’impegno per l’impegno, fosse una corsa, un’elezione o un esame all’università.

Era un uomo ossessionato dall’idea tipica del meridionale di essere qualcosa di diverso, qualcosa di meno e che la vita dell’uomo del Sud è uno sprint che parte dieci metri più indietro. Perciò bisogna lavorare il triplo per mettersi a livello di parità.

Ma Pietro non è stato pari. Pietro è stato il più grande. I suoi record e le sue medaglie li ha regalati a quelli come lui, che record e medaglie non ne avranno, che non sono baciati dagli dei come Carl Lewis o Usain Bolt, ma che lavorano come disperati perché a nascere Bolt o Lewis non c’è merito.

La corsa di Pietro continua in quelli che lo hanno scelto come simbolo.

Tratto da: http://turano.blogautore.espresso.repubblica.it/

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2013 in TEMPI MODERNI

 

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