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Morte di un rivoluzionario – Piergiorgio Odifreddi, Il non senso della vita

06 Mar

Il rivoluzionario Hugo Chávez è morto a 59 anni, dopo aver vinto alcune battaglie decennali contro il cancro dell’imperialismo, e aver perso una guerra di un paio d’anni contro il cancro dell’organismo.

Estimatori e detrattori si contendono il giudizio politico sulla sua opera, ma bastano alcuni fatti per mostrare da che parte stia la ragione. Primo fra tutti il colpo di stato dell’aprile 2002, spalleggiato dagli Stati Uniti e dalla Chiesa cattolica, e organizzato con modalità analoghe a quello cileno contro Allende del 1973, con uno sciopero generale a oltranza e l’immediato riconoscimento degli Stati Uniti ai golpisti. Ma finito in maniera ben diversa, con una sollevazione popolare a favore del presidente, che lo liberò dopo un paio di giorni di detenzione.

La causa immediata del tentativo di golpe era stata la sostituzione in blocco, un paio di mesi prima, dei vertici della compagnia dei Petroli del Venezuela, che pretendevano di usare gli utili per finanziare lo sviluppo industriale, con dirigenti filogovernativi, favorevoli invece a un uso sociale dei proventi. Ovvero, la lotta di classe allo stato puro: capitalisti contro lavoratori, e naturalmente filoamericani contro filovenezuelani.

Ma la tendenza sociale del governo di Chávez si era già mostrata in molte altre misure, prima di toccare i fili ad alta tensione del petrolio. A partire dall’altro grande nodo della lotta di classe: proprietari terrieri contro contadini. Perché alla fine del secondo millennio il Venezuela vedeva ancora l’80% delle terre nelle mani del 10% della popolazione, e la riforma agraria mise fine a questa situazione medievale, costituendo l’altra faccia della medaglia della nazionalizzazione del petrolio.

Non meno importanti furono la riforma costituzionale democratica, che Chávez realizzò nel primo anno del suo primo mandato presidenziale, nel 1999. Il finanziamento della ricerca e della scuola, con aumenti del 40% degli stipendi agli insegnanti, che portò in pochi anni alla scomparsa dell’analfabetismo. L’assistenza sanitaria nazionale gratuita, per l’intera popolazione. I prezzi politici dei generi alimentari di prima necessità, che hanno contribuito a combattere la malnutrizione. E la nuova politica economica, con la denuncia unilaterale dei patti filoccidentali con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

E’ ovvio che di fronte a misure così radicali, gli Stati Uniti e l’Europa storcano appunto il naso, e passino a oliare i cannoni: se non quelli letterali, delle cannoniere, almeno quelli metaforici, dei diritti civili e di altre priorità occidentali. Ma Chávez era presidente del Venezuela, e si preoccupava degli interessi e delle priorità dei venezuelani. E a vedere dalle reazioni alla sua morte, sembra che i suoi concittadini e i suoi elettori l’abbiano capito, lo salutino come un campione dell’indipendenza nazionale, e lo ritengano un degno erede del Libertador Simón Bolívar a cui egli stesso si ispirava.

Tratto da: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2013/03/06/morte-di-un-rivoluzionario/

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2013 in TEMPI MODERNI

 

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