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In memoria di Mane Garrincha: dribbling, amore e calcio fantasia (e troppo alcool)

22 Gen

Sapendo di essere venuto al mondo per donare gioia e allegria, ha dovuto prosciugare il suo corpo di tutta la felicità che conteneva. Fino a morire, gravemente malato con i polmoni distrutti e il fegato spappolato, in una spoglia stanza di ospedale nella periferia di Rio de Janeiro, la sera del 20 gennaio di trent’anni fa. Perché la vita di Manoel Francisco dos Santos detto Garrincha (il primo da sinistra nella foto che lo ritrae con Didì, Pelè, Vavà e Zagalo, ndr), uno dei più meravigliosi interpreti della storia del calcio, colui che è riuscito ad elevare il gesto tecnico del dribbling a vera e propria opera d’arte, è stata la più fedele delle rappresentazioni tragiche. Perso tra l’amore per le donne e quello per l’alcol, quattordici figli riconosciuti in giro per il mondo e migliaia di litri di cachaça tracannati, ha inseguito il pallone fino a non accorgersi che era arrivato a dribblare il mare troppo al largo. Oltre il punto di non ritorno.
Figlio della fame e della miseria delle favelas, con la spina dorsale storta e una gamba più corta dell’altra a causa della malnutrizione e della poliomelite, il piccolo Garrincha (dal nome di un uccellino gracile e brutto come lui) si attacca al pallone e non lo molla più. A suon di finte e di discese sulla fascia, dalla strade di Magé arriva al Botafogo, poi alla nazionale verdeoro con cui vince due Coppe del Mondo. Alla vigilia del Mondiale di Svezia ’58, sbarca in Italia per un’amichevole di preparazione del Brasile contro la Fiorentina. A un certo punto Garrincha prende palla e supera un avversario, poi un altro, poi un altro ancora e infine il portiere. Arrivato sulla linea di porta, si ferma ad aspettare il ritorno del primo difensore superato e lo dribbla nuovamente, mandandolo a sbattere contro il palo prima di mettere la palla in rete. Poi torna al centro del campo. “Camminava guardando a terra, Chaplin al rallentatore, come se chiedesse scusa per quel gol che fece scattare in piedi tutta la città di Firenze”, scrive Galeano.
Forse a causa di quel gol, che si dice alcuni compagni avessero giudicato irrispettoso dell’avversario (non certo la Fiorentina o il pubblico presente allo stadio), più probabilmente perché nel Brasile della dittatura il posto in squadra inizialmente era riservato ai bianchi piuttosto che ai neri, Garrincha il Mondiale del ‘58 lo comincia in panchina. Anche perché un test psicologico condotto dal medico della nazionale ha stabilito che il suo cervello ha le capacità intellettive di un bambino. Una volta entrato in campo contro l’Urss però, non esce più, portando il Brasile alla vittoria. Anche se oggi la storia ricorda Pelé, che come altri grandi giocatori, o presunti tali, ha perpetuato il suo mito grazie ai giusti agganci politici, alle cene di gala e a ruoli rappresentativi. Garrincha no. A lui è sempre bastato portare allegria, cercando di dribblare le entrate a gamba tesa della vita.
Durante il Mondiale del ’62 vinto in Cile, in cui è miglior giocatore del torneo, conosce Elza Soares, cantante brasiliana con una vita se possibile ancor più tragica della sua, che diventa la sua seconda moglie. Quando il fisico non regge più i novanta minuti di una partita, quando le ultime esibizioni calcistiche con la maglia del Corinthians e poi del Flamengo, anche se lautamente pagate, somigliano sempre più a un freak show di cui è l’inconsapevole attrazione principale, Garrincha lascia il Brasile. Comincia a seguire Elza nei suor tour all’estero. Nei primi anni Settanta insieme approdano sul litorale romano di Torvaianica, lei canta in giro per i night italiani, lui gioca per una squadra amatoriale di dopolavoristi. Manca il fiato, ma il dribbling è sempre lo stesso. Anche sulle spiagge italiane.
Ma la partita di Garrincha con la vita è oramai prossima al termine. L’alcool ha quasi sostituito il sangue nelle sue vene e tutta la ricchezza è stata dissipata per mantenere i figli e gli amici, i vizi e gli abusi. Rientrato in Brasile si accontenta di qualsiasi lavoro per tenersi impegnato e lontano dall’alcool, ma non funziona. La miseria da cui è scappato palla al piede torna a bussare alla sua porta. Le ultime apparizioni con una squadra di globetrotter del calcio sono segnate da profonda tristezza: tutta la felicità che aveva in corpo l’ha già donata agli altri. In preda alla depressione, il giocatore ribattezzato Alegria do Povo (la gioia del popolo) tenta più volte il suicidio e si ammala sempre più spesso. Durante l’ennesimo ricovero ospedaliero cercano in tutti modi di salvarlo, ma il pallone è oramai troppo lontano. E’ il 20 gennaio 1983: l’ultimo dribbling al destino non gli riesce.

Luca Pisapia

tratto da Il Fatto Quotidiano

 
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Pubblicato da su 22 gennaio 2013 in TEMPI MODERNI

 

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