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AntiSecIta affonda poliziadistato.it. Ecco i documenti hackerati

24 Ott

 

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Anonymus viola i files della polizia e mette in rete una serie di  cartelle di documenti di vario tipo (si possono vedere  a questo  indirizzo http://par-anoia.net/assessment/it/sample/). Ecco il rapporto sul movimento No Tav e sulle realtà definite estremiste. Tanto per vedere come funzionano i documenti di polizia (leggi il rapporto).

***

Questa  notte circa 3500 documenti confidenziali della polizia di stato sono  stati resi pubblici da Anonymous Italia. Nel complesso si tratta di più  di un gigabyte di dati archiviati, classificati e resi consultabili on  line anche su Paranoia, la piattaforma internazionale di whistleblowing  lanciata quest’estate da Anonymous. Una discolsure in piena  regola, seguita alla violazione dei server delle forze dell’ordine,  almeno stando a quanto sostenuto dagli hacktivisiti. In un comunicato  pubblicato sul blog ufficiale di Anonymous Italia, i senza volto  sbeffeggiano apertamente i sistemi di sicurezza della polizia: «Da  settimane ci divertiamo a curiosare nei vostri server, nelle vostre  e-mail, i vostri portali, documenti, verbali e molto altro».

I  documenti resi pubblici sono del più vario tipo. Un’intera cartella  raccoglie elementi di indagine, circolari del ministero dell’interno,  nominativi, biografie, profili penali ed informative riguardanti il  movimento No Tav. Tra queste anche un lungo documento di testo (quasi  una sessantina di pagine) redatto dalla questura di Torino, all’interno  del quale gli organismi di pubblica sicurezza delineano un organigramma  delle realtà piemontesi attive nelle mobilitazioni in Val di Susa.

Ma i contenuti di questa release antisec non finiscono certo qua. Si va da manualetti di carattere investigativo  e giuridico sulle tecniche di infiltrazione nelle indagini per  narcotraffico, fino alla modulistica per operazioni di routine, come  accertamenti e perquisizioni personali. Sono presenti inoltre numerose  screenshot della webmail della polizia che gli hacktivisti hanno  consultato attraverso proxy anonimizzanti: un modo per non lasciare  traccie ma anche per provare agli occhi del pubblico l’effettiva  incursione nei server. Non mancano infine schede e database con le  specifiche sulle cimici utilizzate per le intercettazioni ambientali,  guide per la tracciatura delle comunicazioni cellulari, documenti  sindacali, numerosi indirizzi email e numeri di telefono di ufficiali ed  agenti di pubblica.

«Chi controlla i controllori?» si  chiede Anonymous nel comunicato stampa che rivendica l’azione.  Una  domanda in cui sta tutto il senso dell’operazione #AntiSecIta, segnata  dai dettami tipici della controcultura hacker: alla grande visibilità  mediatica ottenuta corrisponde un vero e proprio rovesciamento dei  meccanismi di sorveglianza che il potere applica quotidianamente  nei  confronti dei “corpi elettronici” degli individui, come messo in luce  dalla mole di materiale reso pubblico.  Il dito viene puntato contro  l’operato brutale della polizia nelle manifestazioni di piazza del 5  ottobre, nei CIE, in ValSusa per arrivare fino al G8 del 2001. E sul  tavolo gli anonimi avanzano poche richieste, ma in modo chiaro e  determinato: l’introduzione del reato di tortura per evitare «il ripetersi di carneficine già note» (il riferimento ai fatti della Diaz ed alla recente conclusione dei processi di Genova non potrebbe essere più esplicito), «la telesorveglianza continua in ogni luogo in cui le forze dell’ordine svolgono il proprio ruolo al fine di evitare abusi» (l’allusione al caso Cucchi, alle continue morti in carcere ed a quanto accade nei CIE quotidianamente è lampante), nonché «l’apposizione di un codice ben visibile sulle divise» delle forze dell’ordine ed il loro disarmo «almeno durante il servizio di sorveglianza dei cortei».

Mentre  la notizia impazza sui social network – e la rete si domanda se nei  prossimi giorni altri file verranno resi pubblici – il silenzio stampa  tenuto dal Viminale è assordante, segno probabilmente di un forte  imbarazzo e della difficoltà ad affrontare pubblicamente la questione:  d’altra parte è gravissimo il fatto che per settimane nessuno tra i  tecnici al servizio del Viminale (siano essi parte della polizia  postale, del CNAIPIC o di imprese private) si sia accorto  dell’intrusione. Nell’economia di quest’episodio sarà importante capire  su chi ricadrà la responsabilità di queste omissioni e quali teste  salteranno.

Ma la storia recente di Anonymous Italia suggerirebbe  prudenza prima di tirare le somme e dare frettolose valutazioni su  questa vicenda. Già nel luglio 2011, a poche settimane dagli arresti che  li avevano colpiti, gli anonimi dichiararono pubblicamente di essere  entrati in possesso di materiale scottante appartenente al CNAIPIC (una  delle strutture d’eccellenza dell’attività investigativa e  d’intelligence della polizia) . Anche allora un’operazione in grande  stile che venne però disconosciuta dopo soli due giorni dallo stesso  blog su cui era stata rivendicata. Un colpo di scena che aveva provocato  malumori e dissapori all’interno dello stesso network degli hacktivisti  italiani. Fino all’intervista, rilasciata per Repubblica a marzo di  quest’anno da un’esponente del collettivo, che raccontava l’origine dei  leaks pubblicati. Il materiale non veniva da un’azione di hacking ma da  Hector Monsegur, in arte Sabu: ex leader di Anonymous, passato  dall’altra parte della barricata e diventato informatore dell’FBI, dopo  essere stato individuato dalle autorità federali statunitensi nel giugno  del 2011.

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

tratto da http://www.infoaut.org

23 ottobre 2012

 
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Pubblicato da su 24 ottobre 2012 in TEMPI MODERNI

 

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