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Elogio dell’asino – Osvaldo Tartaro

04 Ott

 

Avendo delle conoscenze abbastanza precise della storia e delle tradizioni di un certo ambito geografico all’interno del quale si muovono un certo numero di elementi, è possibile sfatare gran parte dei luoghi comuni affermatisi nel corso dei decenni, riabilitando figure ingiustamente  cadute in rovina. Facciamo un esempio: quante volte abbiamo sentito la frase: – Sei un asino!? Subito il destinatario del messaggio si impadronisce delle intenzioni del mittente, percependo e assimilando la valenza negativa del contenuto… e giù ad arrossire per la vergogna, precipitarsi davanti allo specchio avvolti da sudore salmastro per controllare che non siano spuntate a tradimento enormi  e pelosissime orecchie e chilometrica coda di ciuco. Per evitare il pericolo di siffatto orrore, basterebbe conoscere le caratteristiche principali di questa bestia affascinante, per divenire naturalmente orgogliosi dell’accostamento. A sostegno della tesi, userò le parole di un dotto studioso: Predrag Matvejevic, che nel suo Breviario mediterraneo descrive l’asino con maestria e note poetiche: “ L’asino viene chiamato con nomi diversi – somaro, ciuco, musso, buricco, sciccu, ciuccio. […] Questo animale è sempre stato utile nei lavori faticosi che si fanno sulle sponde del nostro mare […] Di natura è paziente, avvezzo all’obbedienza […] E’ più facile condurlo che non il cavallo, e soprattutto il mulo […] Ha gli occhi grandi due volte quelli dell’uomo, vede davanti e di lato […] sente come pochi altri animali, meglio del suo padrone. Avverte l’arrivo della pioggia e s’inquieta, anzi si eccita presagendo il maltempo […] Si può dire che sonnecchia piuttosto che dormire davvero. Come se aspettasse lo scossone del risveglio per tornare quanto prima al lavoro […] Quando raglia non si può dire se esprima allegria o tristezza, se lo faccia per ammonire o lamentarsi […]  Non cerca lodi né sostegno – gli basta una carezza sul collo o una battutina della mano sulla groppa. Capisce meglio i gesti delle parole […]  Rivela stanchezza ed impotenza più che dolore o sofferenza […] E quando poi crepa, si utilizza e si adopera tutto quanto ne rimane. L’Antico e il Nuovo Testamento sono stati prodighi di riconoscimenti all’asino per i suoi molti meriti: per le carovane che aiuta (Genesi 42,26), per i lavori che svolge (Deuteronomio 22,10), per i pesi che porta (Genesi 22,3), per i servizi che fa a chi lo monta (Giudici 1,14) […] L’asino è <<necessario al Signore>>, ripetono gli evangelisti […] Senza di lui – comunque lo chiamino nei vari paesi del Mediterraneo – le nostre sponde non sarebbero quelle che sono”. Ora, per motivi legati alla sintesi necessaria ed obbligatoria in simili contesti, non ho potuto riportare fedelmente tutte le meravigliose qualità del nobile animale, ma credo che il nucleo del pensiero sia stato lo stesso esposto. Tante volte, sbagliando, si chiamano col suo nome persone che non hanno neanche un briciolo della sua solenne rispettabilità. In questi casi dovrebbe essere l’asino ad offendersi. Servirebbero più asini in questa società che quotidianamente calpesta la dignità di milioni di persone, governate da individui che la propria dignità l’hanno soffocata nel silenzio, o peggio, non l’hanno mai avuta. Non prestiamo le nostre orecchie d’asino ai richiami assordanti di questi ingannatori patentati, ascoltiamo, invece,  i versi dell’ode Davanti San Guido di Giosuè Carducci: Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo Rosso e turchino, non si scomodò: Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo E a brucar serio e lento seguitò.

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2012 in Bric à Brac

 

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