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Un figlio su tre

20 Set

 

Un figlio su tre, afferma una ricerca del Censis, vive con sua madre.  Si parla dlcuni milioni di italiani, quindi. Non hanno un lavoro e,  quando ce l’hanno, è precario e mal pagato. Non trovano casa perché,  quando c’è, il costo del canone affianca o supera quello del salario. Se  si tratta di diritti civili s’invoca la famiglia, ma quando la famiglia  la si prova a costruire appare il cartello con scritto: iscrizioni  chiuse.

Un figlio su tre, infatti, non può neanche sposarsi o convivere,  perché quando il precariato assoluto e il carovita s’incontrano, una  coppia scoppia: a basso reddito e alti costi, l’unione fa la debolezza.  Risultato? Il 60% dei giovani dai 18 ai 29 anni abita con la madre e  idem il 45% tra i 30 e i 45 anni. Tutti bamboccioni? Vittime di loro  stessi o dell’insindacabile ed osannata autoregolamentazione del  mercato?

Un figlio su tre non ha nemmeno dove andare, mica tutti possono fare i  cervelli in fuga: i condannati al nulla sono milioni e i cervelli sono  alcune migliaia; le fughe sono costose, dunque per pochi. Un figlio su  tre, o anche due su tre, vedono da anni la rottura definitiva delle  corde dell’ascensore sociale: non staranno meglio dei loro padri, bensì  peggio.

Hanno studiato di più e lottato di meno, subiscono il  rincoglionimento mediatico e diffidano del plurale, convinti dai  furbetti del capitalismo straccione che “tanti” non è mai un plurale di  diritti e doveri, ma una somma di occasioni al singolare. Sarà per  questo che il 45% tra i 30 e i 45 anni vive con la madre? Non hanno  colto le occasioni o le occasioni non si fanno cogliere perché destinate  in esclusiva ad alcuni, ai figli più figli degli altri?

Il mercato rigetta le eccedenze e gli ecceduti, dal canto loro, di  mercato conoscono a malapena quello della frutta e verdura vicino casa.  Così, a immaginare quello che è stato quando c’era lo Stato, due figli  su tre possono solo ricordare i racconti paterni del tinello, dove si  parlava di come, anche quel tinello, era stato costruito. Risparmio e  lavoro, sacrifici e lavoro, rinunce e lavoro, e poi ancora lavoro,  risparmio e altro lavoro.

L’aspirazione di ogni genitore a vedere i propri figli salire  sull’ascensore sociale, la voglia di riscatto, il desiderio di evitare a  loro almeno una parte dei sacrifici sostenuti, erano le molle che hanno  spinto uomini e donne di diverse generazioni a convincere i propri  figli ad avere un’istruzione migliore, perché – si diceva – alla fine  sarai quel che saprai. E adesso si scopre invece che in un mercato del  lavoro flessibile fino a divenire un elastico con il quale giocare al  ribasso dei salari e al rialzo della fatica, quel sapere non serve più.

Ma  i padri e le madri non potevano saperlo, e volevano credere che davvero  il sapere avrebbe fatto rima con l’essere e poi con l’avere. Non  potevano immaginare che il lavoro sarebbe stato ridotto a merce in  deterioro da acquistare solo a basso costo e che, del sapere, se ne  sarebbe fatto volentieri a meno.

Il sapere intralcia, ti invita a tenere il cappello in testa quando  passa il padrone, pone ambizioni e obiettivi, costruisce sogni e  speranze; per questo va abbattuto, o almeno depotenziato, perché la  logica del mercato non prevede che tu possa entrarvi, ma solo che lui  entri dentro di te.

L’affermarsi definitivo dell’idolatria del mercato e la concomitante  fine dello Stato hanno segnato la progressiva scomparsa di ogni  paradigma di civiltà e di compatibilità sociale che formava il tessuto  connettivo di ogni comunità.

Il welfare, strumento pubblico pagato con le risorse pubbliche, aiuto  per tutti grazie al contributo di alcuni, è ormai un ricordo. E’ la  famiglia il nuovo ente di assistenza e sostegno per chi rimane indietro.

Ad essa si affianca l’immigrazione, cioè la fascia più povera e  ricattabile della società che, arruolata di volta in volta a seconda  delle necessità, svolge il ruolo di supplenza del welfare in forma di  assistenza, cioè di tutto quello di cui avremmo diritto perché pagato e  perché esseri umani, ma che ci viene sottratto perché costoso e non  redditizio.

Mai che il paradigma dell’autoregolamentazione del mercato fosse  messo in discussione, mai che almeno a sinistra insorgesse il virus del  voler riprendere a pensare, parlare, proporre, battagliare. Due  generazioni di leaderini o presunti tali sono invecchiati, ingrassati ma  mai cessati dalle loro funzioni. Nel paese di Pulcinella, due  portaborse su tre sono diventati leader. Un figlio su tre, invece, è  costretto ad invecchiare senza essere diventato adulto.

Fabrizio Casari

tratto da  http://www.altrenotizie.org

19 settembre 2012

 
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Pubblicato da su 20 settembre 2012 in SPAZIO CRITICO

 

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