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Hollande presidente, svolta per l’Europa – Emilio Carnevale

07 Mag

  La sentenza di morte nei confronti del socialismo è vecchia più o meno quanto il socialismo stesso. Ma è sempre stata una sentenza avventata e imprudente, perché tende a confondere specifici partiti, movimenti, soluzioni tecnico-economiche con quello che è, al fondo, un principio e un afflato connaturato alla sfida – ancora aperta – proposta dalla modernità: l’eguale libertà degli uomini. Il regime democratico non può accettare che sia accantonato una volta per sempre il problema del divario fra le prospettive di autorealizzazione degli individui: le differenti condizioni di nascita – per definizione del tutto casuali, dunque “immeritate” – non possono, meglio, non devono, essere l’arbitro assoluto dei destini della persona. Così come è insita nell’ethos democratico la messa in discussione del privilegio: ciò che qualcuno considera l’intangibile frutto del proprio lavoro o di una legittima, e insindacabile, proprietà, è concepito dall’ethos democratico come il risultato degli sforzi di tutti coloro che partecipano ad una impresa produttiva, come il prodotto cioè di una cooperazione sociale, di un sistema che non potrebbe reggersi, svilupparsi e progredire senza l’intelligenza collettiva cui ogni grande intelligenza individuale è in qualche modo debitrice.
Da questo punto di vista essere realmente democratici significa porsi il problema di come dare attuazione al concretissimo principio della uguale dignità degli uomini. Il quale prescrive, ad esempio, che tutti devono potersi curare da una malattia o accedere ai livelli più elevati di istruzione indipendentemente dal proprio censo o status sociale. Allo stesso modo ognuno ha diritto «al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione» (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dalle Nazioni Unite 10 Dicembre 1948).
C’è naturalmente un carico di utopia in tutto questo, ma l’utopia è proprio quell’ideale regolativo senza il quale non è possibile individuare la direzione di alcun disegno di riforma. Per questo Willy Brandt invitava il popolo tedesco ad «osare più democrazia» e concepiva il socialismo democratico come un progetto mai concluso: «non esiste un momento finale in cui si risolvono le contraddizioni della società».
Ieri le elezioni francesi hanno registrato il trionfo del socialista François Hollande. Diventerà il ventiquattresimo presidente della Repubblica, il settimo della Quinta Repubblica. La sua vittoria coincide con uno dei momenti più difficili che l’Europa abbia attraversato dal secondo dopoguerra. Le risposte fin qui messe in campo dai vari leaders europei alla più grande crisi economica dopo la Grande Depressione degli anni Trenta si sono rivelate del tutto inadeguate. Ecco perché il successo di Hollande rappresenta la speranza di un cambio di passo, di una riformulazione complessiva delle priorità nell’agenda delle politiche europee, sonoramente bocciate anche dal voto greco.
Non è ancora chiaro quale sarà il margine di manovra del presidente francese, quanto riuscirà a influenzare l’attuale leadership a egemonia tedesca, di quale entità saranno i compromessi ai quali dovrà inevitabilmente piegarsi. «Non voglio imporre nulla», ha detto Hollande all’indomani del primo turno delle presidenziali, «ma quando il popolo francese si esprime può essere ascoltato. Sopratutto se è portatore di una posizione giusta, utile, oggi sostenuta da molti economisti. Molti, compresi alcuni che guidano istituzioni finanziarie, dicono che senza crescita l’Europa non ha futuro».
La crescita prima di ogni cosa, dunque. Ciò che Hollande intende per crescita è tuttavia molto diverso da ciò che intende Angela Merkel. Lo ha sottolineato molto bene – dal suo punto di vista – l’Economist, che ha definito Hollande «l’uomo più pericoloso d’Europa»: «Il candidato socialista ha saggiamente chiesto di rivedere il “patto fiscale” dell’eurozona in modo che non imponga soltanto una riduzione del deficit ma anche l’attenzione alla crescita», ha scritto nei giorni scorsi il settimanale conservatore britannico. «La proposta di Hollande risponde al coro di protesta contro l’austerity voluta dalla Germania che si sta diffondendo in tutto il continente, da Irlanda e Paesi Bassi a Italia e Spagna. Soltanto che diversamente da quello di altri, per esempio di Mario Monti, il rifiuto del patto fiscale di Hollande non si basa su sottigliezze macroeconomiche come il ritmo del rafforzamento fiscale». No, la politica di questo socialista francese muove da un altro approccio verso altri obiettivi. Ma questo è assolutamente un bene. E anche nella comunità finanziaria sono in molti a non pensarla come l’Economist: sul Financial Times, ad esempio, Wolfgang Münchau aveva giudicato «significantly positive» il potenziale impatto dell’elezione di Hollande per contrastare la «narrazione tossica» che è stata fatta delle cause della crisi (irresponsabilità fiscale) e delle sue possibili soluzioni (austerità).
Il candidato del Ps aveva anticipato che in caso di vittoria avrebbe inviato agli altri leaders europei un memorandum fondato su quattro punti: «La creazione di eurobond, non per mutualizzare il debito bensì per finanziare progetti infrastrutturali industriali; maggiori possibilità di finanziamento per la Bei, la Banca europea d’investimento; la creazione di una tassa sulle transazioni finanziarie con gli Stati che saranno favorevoli; lo sblocco dei fondi strutturali oggi inutilizzati». A questo documento, aveva detto ancora Hollande, «si dovrà aggiungere un dialogo tra gli Stati e la Banca centrale per combattere la speculazione e fare in modo di garantire il finanziamento necessario all’economia reale, visto che in questo momento il rischio principale è che l’Europa resti in recessione a causa delle difficoltà che incontrano le imprese nell’accesso al credito». La Banca centrale europea è ovviamente indipendente, ma il mutato clima intorno ad essa potrebbe dare un buon contributo all’adozione di iniziative non convenzionali. Ha ricordato il premio Nobel Joseph Stiglitz nei giorni scorsi durante un incontro a Roma che «abbiamo già tante catastrofi naturali da fronteggiare, come i terremoti e gli uragani, da non dover aggiungercene una prodotta dagli uomini come la rigidità monetaria».
Per quanto concerne il “fronte interno”, il sito di MicroMega ha già pubblicato un lungo articolo sul programma socialista. Ulteriori proposte sono emerse nel corso della campagna elettorale.
Particolarmente scalpore ha fatto quella di un’aliquota marginale al 75% per i redditi superiori al milione di euro, nonostante il fatto che essa coinvolgerebbe un numero assai ristretto di contribuenti (3-4000 persone secondo l’economista Michel Sapin, responsabile del programma di Hollande). C’è da dubitare che il neopresidente tenga davvero fede a questa promessa, dal significato evidentemente simbolico. È sicuro però che essa nasce sulla spinta della “concorrenza a sinistra” del candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon. Quest’ultimo proponeva addirittura la confisca totale per la quota di reddito oltre i 360mila euro.
Ora, senza entrare nel merito della perseguibilità concreta, dell’efficienza e dell’equità delle singole soluzioni tecniche ci permettiamo di opporre una piccola nota storica a chi bolla come poco serie e “folcloristiche” alcune posizioni radicali presenti nel dibattito francese. In Italia la prima formulazione dell’Irpef (1973) prevedeva 32 scaglioni di reddito con aliquota massima all’82%, abbassata al 72% nel 1975. Erano gli anni Settanta: oggi c’è la globalizzazione, con tutti i vincoli che ne conseguono. Ma se parliamo di “principi” non dimentichiamo che quella era l’Italia democristiana – non l’Unione sovietica di Breznev –, un’Italia repubblicana e democratica nella quale si dava piena attuazione al principio costituzionale secondo il quale «il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53).
Tornando alla Francia, lo scorso 4 aprile l’allora candidato Hollande ha annunciato le misure che saranno prese subito, nei primi due mesi del mandato. Si comincerà, dopo l’insediamento (10 o 11 maggio) e prima della fine della sessione ordinaria del parlamento (29 giugno), con la riduzione del 30% dello stipendio del capo dello Stato e dei membri del governo; l’aumento del 25% dell’indennità scolastica (cioè del rimborso statale alle spese per l’acquisto del materiale didattico da parte delle famiglie); il blocco per tre mesi del prezzo della benzina (sul tema energia ricordiamo che nel programma del Ps c’è un piano per ridurre dal 75% al 50% il contribuito del nucleare al fabbisogno energetico del paese); l’annuncio del ritiro anticipato, entro il 2012, delle truppe francesi dall’Afghanistan (il 20 e 21 maggio è in programma un vertice Nato a Chicago); l’introduzione di un tetto massimo alle retribuzioni nelle aziende pubbliche, da individuare attraverso il limite di 20 a 1 nel rapporto fra stipendi di dirigenti e manager e quello degli altri lavoratori; il ripristino del diritto di andare in pensione a 60 anni per chi può contare su almeno 41 anni di contributi e ha cominciato a lavorare prima dei 20 anni; la cancellazione del blocco del turn-over nella pubblica amministrazione, in virtù del quale oggi si procede ad una sola assunzione ogni due dipendenti in uscita.
Nel corso di una sessione parlamentare straordinaria (fra il 3 luglio e il 2 agosto) – e naturalmente ipotizzando una vittoria dei socialisti anche alle elezioni legislative che si terranno il 10 e il 17 giugno – il cammino di marcia segnato da Hollande prevede l’approvazione di una legge sulle banche che introduca una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Era il cuore dello Glass-Steagall Act approvato negli Stati Uniti da Roosevelt nel 1933, nel mezzo della Grande Depressione e in buona parte abrogato da Bill Clinton nel 1999. Con l’ultima crisi in Europa non si è fatto quasi nulla per la regolamentazione del sistema finanziario, mentre negli Usa di Barack Obama è entrato in vigore nell’estate del 2010 il Dodd-Frank Act (una dettagliata analisi dei punti di forza e di debolezza di quest’ultimo pacchetto di leggi si può trovare nel capitolo 10 del libro di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”, Einaudi).
Sempre nella sessione parlamentare straordinaria del 3 luglio-2 agosto è infine prevista una prima tranche di assunzioni nel settore scolastico (nell’arco dei cinque anni ne sono previste 60mila) e le prime misure della riforma fiscale, fra le quali il ripristino integrale della patrimoniale, attraverso la cancellazione degli sgravi introdotti da Sarkozy.
L’uomo più pericoloso d’Europa? Per qualcuno certamente sì. Ma una sinistra che rinunciasse ad essere pericolosa, pericolosa per il privilegio, pericolosa per gli assetti di potere esistenti, è una sinistra che non avrebbe ragion d’essere. In bocca al lupo, monsieur le Président!
(7 maggio 2012
 
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Pubblicato da su 7 maggio 2012 in ESTERI

 

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