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La banda degli invisibili

La banda degli invisibili è una banda di divertenti signore e signori anziani, che trascorrono il loro tempo a chiacchierare, bisticciare, leggere il giornale e commentare le notizie alla tv. Ed è proprio ascoltando le notizie che hanno questa idea: rapire Silvio Berlusconi! Ebbene sì, è proprio quello che vogliono fare!
Per portare a termine l’operazione iniziano a ‘fare palestra’, ma in casa, perché con la loro pensione non possono permettersi certo una vera palestra. Tra disavventure, ossa rotte, un po’ di Alzheimer ma tanta voglia di agire trovano così una nuova forma fisica, tanti amici disposti ad aiutarli ma soprattutto un rinnovato affetto e amicizia tra di loro.
Preparatevi a ridere (sin dalla seconda pagina), piangere anche un po’, anche a riflettere su come un romanzo può essere molto vicino alla realtà, ma soprattutto si fa il tifo per questa divertentissima banda!

la banda degli invisibili

 

Nota: post già pubblicato su DropSea

 
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Pubblicato da su 22 luglio 2014 in LIBRI

 

Gaza, il 16 luglio fiaccolate di pace in ogni città italiana.

Vauro

 

 

Mai più vittime! Per libertà e giustizia in Palestina e Israele.

Di fronte alla nuova guerra in corso nella Striscia di Gaza, un folto gruppo di associazioni che fanno capo a Rete della Pace, Controllarmi Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci e Tavolo Interventi Civili di Pace ha lanciato un appello per il cessate il fuoco e per chiedere alla comunità internazionale di adoperarsi per la pace in quella martoriata terra : «Chiamiamo uomini e donne che credono nella Pace e nella nonviolenza a mobilitarsi Mercoledì 16 Luglio 2014, organizzando e partecipando nella propria città alla FIACCOLATA per la Pace, la libertà, la giustizia in Palestina e Israele. Ogni morte ci diminuisce, ogni uomo, donna, bambino ucciso pesa sulle nostre coscienze. Vogliamo vedere i bambini vivere e crescere in pace non maciullati da schegge di piombo».

 

Le coalizioni delle associazioni pacifiste italiane chiedono: «Che cessino immediatamente il fuoco, le rappresaglie e le vendette di ogni parte; Che la politica e la comunità internazionale assumano un ruolo attivo e di mediazione per la fine dell’occupazione militare israeliana e la colonizzazione del territorio palestinese, per il rispetto dei diritti umani, della sicurezza e del diritto internazionale in tutto il territorio che accoglie i popoli israeliano e palestinese; Che il governo italiano si attivi immediatamente affinché il nostro Paese e i Paesi membri dell’Unione Europea interrompano la fornitura di armi, di munizioni, di sistemi militari, come pure ogni accordo di cooperazione militare con Israele; Che il nostro governo, oggi alla Presidenza dell’Unione Europea, assuma questi impegni con determinazione e coraggio».

Intanto un gruppo di cooperanti che vive e lavora in Palestina lancia un appello dato 11 luglio) alla comunità internazionale sottolineando che «Tutto ciò che scriviamo è verificato da testimonianze sul campo e da fonti di agenzie internazionali». Ecco quello che scrivono nel loro drammatico comunicato: Basta con chi fa finta di non vedere. Basta con chi pensa che una partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme sotto le bombe…Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza. Basta con giornalisti che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le condanne bipartisan e con le parole misurate.

Siamo operatori umanitari e condanniamo la violenza verso i civili, SEMPRE. Per questo non possiamo restare silenti dinanzi ad un attacco armato indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o possibilità di fuga. Una popolazione strangolata economicamente e assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto.

Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi: per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da 48 anni sotto occupazione, dimenticate dal mondo, che piangono morti che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre più importanti della vita umana… resistere è essere capaci, nonostante tutto, di andare avanti.

Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana.

Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente, non hanno procurato morti e riducono a semplici numeri le oltre 100 vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre giorni.

Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato ogni giorno. Riteniamo inaccettabile che la risposta all’omicidio dei 3 coloni, avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le punizioni collettive – definite crimini di guerra dalla IV Convenzione di Ginevra (art. 33).

Israele ha addossato la responsabilità ad Hamas, attaccando immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono chiari.

Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”, Israele ha bombardato 950 volte la Striscia, distruggendo deliberatamente oltre 120 case, (violando l’articolo 52 del Protocollo aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 102 persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e 1 giornalista) ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi.

Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 centri sportivi danneggiati. Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David Adom (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che soffrono di shock traumatico.

Di fronte a questi numeri ci sembra intollerabile la non obiettiva copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza. Per questo riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle dovute proporzioni.

Ci appelliamo infine ai responsabili politici in causa e a quanti possano agire da mediatori, affinché le operazioni militari cessino immediatamente e perché si ponga fine all’assedio nella Striscia di Gaza.

Da greenreport.it

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2014 in POLITICA

 

Un primo maggio di lutto, Piergiorgio Odifreddi – Il non senso della vita

Fino a qualche anno fa, il primo maggio costituiva l’occasione per festeggiare le conquiste dei lavoratori: non solo il diritto al lavoro stesso, ma anche le regole e le tutele al suo proposito. Si festeggiava il fatto che, poco a poco, i lavoratori stavano cessando di essere considerati ingranaggi di un macchinario per la produzione di beni per il consumo altrui, e iniziavano a essere visti come persone con bisogni e diritti propri, oltre agli ovvi obblighi e doveri.

Tutto questo oggi è finito. Vent’anni di coalizione fra berlusconesimo, leghismo e fascismo, e qualche anno di crisi più o meno costruita e pilotata ad arte, hanno azzerato la condizione dei lavoratori, riportandola all’anno zero. Tutto ciò che era stato conquistato goccia a goccia, a costo di giuste rivendicazioni e dure lotte, è stato cancellato. Oggi, in una crociata al grido di “l’Europa, i mercati e le banche lo vogliono”, i lavoratori sono ridiventati semplici rotelle di un meccanismo, da usare quando servono e buttare quando non servono più.

Naturalmente, questa concezione antiumanistica del lavoro ha radici lontane, anche nel passato prossimo. Risale da un lato alle controrivoluzioni liberiste di Reagan e della Thatcher, e dall’altro ai tradimenti delle sinistre di Blair e di Craxi. Ma oggi è stata portata a compimento, nel nostro paese, da un’insolita coalizione, che ha visto unite la destra intransigente di Berlusconi e Monti, con la sinistra inesistente di Napolitano e Renzi.

Un presidente della Repubblica che ha da sempre lavorato, all’interno del Partito Comunista, come cavallo di Troia del capitale e del mercato, ha guidato dall’alto del Quirinale l’opera di smantellamento dei diritti dei lavoratori. Quando Berlusconi non ha più potuto agire in prima persona in questo compito, Napolitano gli si è sostituito imponendo governi al limite della costituzionalità e della democrazia, da Monti a Renzi.

E oggi i giovani parvenu della politica, forti soltanto della debolezza del paese e privi di qualunque mandato elettorale, stanno completando l’opera di picconamento dei loro predecessori. Il programma è soltanto “far presto”, cambiare tutto prima che l’elettorato possa esprimersi, magari scegliendo partiti e candidati che possano contrastare i voleri e le pretese della santissima Trinità costituita appunto dall’Europa, i mercati e le banche.

Con un autoritarismo mascherato da efficientismo, il governo Renzi fa il possibile per varare, il più presto possibile, riforme raffazzonate e unilaterali, con un metodo da repubblica delle Banane: “ci confrontiamo per qualche giorno, ma poi decidiamo noi”. Per questo il primo maggio ormai non è più una festa, ma un giorno di lutto. Forse è ormai troppo tardi, ma le prossime elezioni europee sono l’ultima spiaggia: se non serviranno a rimandare a casa i traditori dei lavoratori che siedono in Quirinale e a palazzo Chigi, sarà un lutto che durerà a lungo, segnato dalle lacrime richieste dai nemici e imposte dai sedicenti amici.

Tratto da: http://odifreddi.blogautore.repubblica.it/2014/05/01/un-primo-maggio-di-lutto/

 
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Pubblicato da su 2 maggio 2014 in TEMPI MODERNI

 

La città e la metropoli – Il mare è mio fratello

[3] Prima delle vacanze di Natale lessi questo romanzo di Kerouac, “La città e la metropoli”, uno dei suoi primi romanzi. Ammetto che sono di parte, perché adoro Kerouac, ma ho trovato questo libro davvero bello e piacevole da leggere! Parla le diverse vicende della numerosa famiglia Martin, a partire dalla fanciullezza dei figli, fino ad arrivare alla loro età adulta. Si percorrono insieme a loro le loro strade, chi continua gli studi, chi si sposa, chi scappa via e chi va in marina.
Un romanzo semplice, lineare, che mi ha fatto entrare nella famiglia Martin e mi ha fatto innamorare di ognuno di loro, a suo modo.
Poco dopo questo libro, ne ho letto un altro sempre di Kerouac “Il mare è mio fratello”, dove oltre al suo primo romanzo di poche pagine, ci sono altri brevi racconti e soprattutto lo scambio di lettere che ci fu con il suo caro amico Sampas. Ed è leggendo questa piccola raccolta che ho scoperto quanto ci sia della vera vita di Kerouac nel libro “La città e la metropoli”. Non sono da leggere uno consecutivo all’altro, però ho trovato interessante scoprire tutti i legami della vita di Kerouac con la vita dei Martin.
Come amare ogni giorno, anzi ogni libro di più Jack Kerouac!

la città e la metropoli il mare è mio fratello

 

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Pubblicato da su 30 aprile 2014 in LIBRI

 

Il terzo piano

Non nascondo che ho fatto fatica a leggere questo libro. Eppure scritto bene, scorrevole, ma finché non sono arrivata circa a metà, andando anche a ‘spiare’ qualche riga della fine, facevo un po’ fatica ad andare avanti. Adesso che l’ho finito posso dire che ne è valsa la pena. Sì, vale davvero la pena sforzarsi e andare avanti, leggerlo fino all’ultima riga, perché è una bella storia, semplice, commovente, che riesce a strappare un sorriso e allo stesso tempo fa riflettere su noi stessi e la nostra vita e sul rapporto con gli altri.
Un dialogo tra due uomini, che si svolge su una panchina in un parco, un dialogo che sembra un po’ astruso, fuori dalle solite convenzioni sociali, eppure un dialogo che seguito fino alla fine ci porterà a scoprire e capire che questo dialogo così fuori luogo non è.
Non mi sono documentata se si tratta di una storia vera o meno, a me piace pensare che lo sia, ma se non fosse così rimane comunque una bellissima storia, da leggere e assaporare.

il terzo piano

 

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Pubblicato da su 7 aprile 2014 in LIBRI

 

I NUOVI SCHIAVI DEL LAVORO – Salvatore Cannavò

Fucecchi

 

Sono italiani, lavorano fino a dieci ore al giorno, senza riposi, ferie e weekend, ma non riescono a campare. Storie di addetti alle pulizie, operatori di call center, ma anche medici, ricercatori, avvocati, hostess. Ecco le loro buste paga da 700 e 1.200 euro al mese. Mentre i loro manager prendono anche cento volte di più.

“TRADIZIONALMENTE LA POVERTÀ è stata associata alla mancanza di lavoro (…) più recentemente questi confini sono diventati più sfumati e anche categorie di lavoratori regolarmente occupati si trovano di fatto in condizioni di povertà”. La sostanza del problema di cui ci occupiamo in questa inchiesta è così riassunto dall’ultimo rapporto Cnel sul mercato del lavoro. L’analisi sugli “working poor”, i lavoratori poveri che pur lavorando non riescono a raggiungere una soglia dignitosa di reddito, è diventata ormai essenziale in tutte le indagini sul mondo del lavoro. Secondo il rapporto in questione, infatti, in Italia, nel 2010, erano il 12,5% della forza lavoro, calcolati con i criteri di misurazione definiti in ambito internazionale (Eurostat, Ilo, Ocse). Ma nel 2011 erano già saliti al 14,3%. Gli working poor, cioè i lavoratori “a basso s a l a r i o” sono coloro la cui retribuzione è inferiore ai due terzi “della mediana della distribuzione dei salari orari”. In Italia questa media è pari a 11,9 euro lordi contro i 13,2 euro dell’area euro. Il basso salario nel nostro paese, quindi, è indicato in 7,9 euro lordi l’o ra , circa 5,5 euro netti orari, 800-900 euro al mese. Troppo poco per vivere ma abbastanza per essere considerati lavoratori, o lavoratrici, a tutti gli effetti. La contraddizione è tutta qui, in questo conflitto tra lo status percepito e quello vissuto concretamente nella vita di tutti i giorni. Ci si alza la mattina presto (si veda la pagina seguente), si va al lavoro con orari sempre più lunghi, si torna a casa, magari con la valigetta 24 ore e, in un mondo di disoccupazione crescente, si è visti come persone fortunate. Eppure, a fine mese, quando la busta paga fa a pugni con le bollette, ci si accorge di essere poveri, di non potercela fare, di essere costretti a correre ancora più forte per campare. La situazione è stata aggravata fortemente dalla crisi economica i cui effetti si sono fatti sentire con qualche anno di ritardo. Ecco perché l’offerta di Matteo Renzi di mettere nelle busta paga di maggio 80 euro per ogni lavoratore dipendente sotto i 1500 euro al mese, fa tanta presa a livello generale. Un aumento di quelle dimensioni non è stato realizzato con nessuno dei più importanti rinnovi contrattuali. In questo senso l’ipotesi di un salario minimo orario per legge potrebbe costituire un deterrente. La Germania l’ha fissato in 8,5 euro, Obama in 10 dollari (7,5 euro). L’Italia non ce l’ha. I sindacati temono che possa ridurre i salari attuali. Ma i lavoratori poveri hanno bisogno di una qualche risposta.

Da Il Fatto Quotidiano del 31/03/2014.

 
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Pubblicato da su 31 marzo 2014 in TEMPI MODERNI

 
 
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