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Archivio delle Categorie: TV

Alemanno, comico (in)sindacabile – Riccardo Bocca, Gli Antennati

225px-Alemanno_ColosseoLa peggiore delle carognate, nel ramo critica televisiva, è quella di stroncare un programma e poi coprirlo di silenzio, commentando di tanto in tanto i disastri dello share, e sibilando a bassa voce che, insomma, «io l’avevo detto che non funzionava».

Così facendo -è un fatto- molto spesso ci si azzecca pure, ma nel manuale dell’onesto cronista ci sarebbe pure la postilla che una seconda chance va data a chiunque; e dunque ecco, accidenti, che sono corso a vedermi l’ultima puntata di “The show must go off”, la sciagurata avventura in cui Serena Dandini s’è infilata a La7.

Premesso che gli ascolti sono quelli che sono, e cioè mai hanno oltrepassato le dita di una mano, c’è da registrare al momento un dato incoraggiante: Lady Seren è sempre più elegante, di fronte alle telecamere, con retròabiti da meraviglia che la promuovono a pieni voti come meglio vestita della catoderia nazionale.

E poi le avete viste le scarpe? Impeccabili, anche l’altra sera, degne d’altronde di un portamento che fa esplodere i teledivanados in un clamoroso: «E meno male che c’è una vera signora, in questo elettrodomestico sempre più bifolco».

Però poi, esauriti i convenevoli, e analizzato nel dettaglio ogni segmento del buon vestire, ci sarebbe anche da parlare del programma. E qui, purtroppo, non si registrano magici miglioramenti, bensì il solito trapestare di un universo comico basato su due colonne non certo d’Ercole: le imitazioni dei potenti, e le battutine sapide in studio, qui scritte e recitate da Dario Vergassola.

Uno schema che funzionava, anni fa, quando gli schieramenti parapolitici -e di conseguenza culturali- erano definiti, codificabili a grandi linee nella simpatica banda della destra forzaitaliota o parafiniana, e nell’altrettanto spassosissima congrega della sinistra pseudoprodiana e bertinottista.the-show-must-go-off-critica-L-QDz_mp2

Ora invece è arrivato Spariglio Monti, e le carte in gioco sono virate all’insegna del caos più profondo. Che se da un lato può essere quasi un bene, in vista di future -e auspicabili- trasformazioni, dall’altro depotenzia il rito antagonista di veder deriso, ad esempio, il ministro Fornero, il cui alter ego sarcastico annoia almeno quanto l’originale.

Per non parlare, in parallelo, del sacro fulcro di “The show must go off”, cioè la band di Elio e delle sue storie meravigliosamente tese, la quale insiste ogni settimana a sparpagliare risa e intelligenza (per esempio con l’esecuzione de “Il carroccione”, melodia di Renatino nostro, e testo incentrato sullo sfacelo leghista), anche se in questo modo, paradossalmente, affossa il resto della scaletta.

Unica grande eccezione, in un clima da lacrime e plasma, la parodia del sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Un uomo che da solo, anche in silenzio e a luce spenta, sarebbe in grado di farci ridere, data la strepitosa forza della sua debolezza. Tantopiù era mitologico, sabato scorso a “The show must go off”, vestito da sci, con scarponi e tuta integrale, a bordo di una seggiovia sul mare di Ostia.

Agli italiani che non vivono nella capitale sarà parsa una mattata, uno dei soliti scherzi della banda Dandini. E invece no: sul serio, il primo cittadino di Roma, non disdegnerebbe lungo costa laziale una pista da discesa.

Il che funziona, alla grande, per costruire uno sketch. Ma dà al contempo la misura, di quanto il circo del reale abbia oltrepassato nonna satira.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2012 in TV

 

Lo SPOT più BELLO del MONDO – VIDEO SHOCK: PULSANTE ROSSO in PIAZZA, e IL DRAMMA HA INIZIO!!

WOW!! Eccezionale VIDEO di quello che è successo a degli ignari passanti in una Piazza in Belgio, che schiacciando un pulsante rosso posto al centro della strada come suggeriva una grande freccia, sono stati travolti da avvenimenti pazzeschi e spettacolari. Camera Collettiva

E voi schiaccereste un pulsante rosso posto in mezzo alla piazza solo perché ve lo dice una freccia? La tv belga TNT ha scelto per lanciare la propria programmazione di piazzare, nel cuore di una piazza assolutamente tranquilla dove non succede mai nulla, un bottone rosso. Chinuque fosse passato nelle vicinanze avrebbe potuto schiacciare questo pulsante apparentemente innocuo. Apparentemente. Un ciclista, una ragazza, una signora e un giovanotto hanno ubbidito alla freccia. Scoprite voi cosa è successo. Un’ultima domanda: perché a un certo punto secondo voi è comparsa una ragazza in lingerie rossa a bordo di una moto? da giornalettismo.com

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Pubblicato da su 12 aprile 2012 in TV

 

Volo nel nulla – Riccardo Bocca, Gli Antennati

3911Bravo!, bravissimo Fabio Volo!, a cominciare il suo nuovo programma nel segno della tradizione Rai, cioè correndo in scena dal direttore di Raitre Antonio Di Bella, e baciandogli grato entrambe le pantofole…

Così si fa, e che cavolo. Ci si veste di total black come il migliore degli intellettuali, si spera che i Tir di libri venduti garantiscano abbondante share a “Volo in diretta”, e si decolla verso un programma che all’esordio ha avuto come superospite la verbosità; tanto copiosa e densa, da costringere il pubblico a ridere di una battuta smemorabile, come quella su un libro che parla di mestruazioni «e dunque viene ristampato ogni ventotto giorni».

«Dimenticaaa, dimenticaaa», è il generoso autoritornello di chi ha apprezzato Volo nelle trasferte Mtv, sia a Parigi che Barcellona, dove intervistando famosi e non famosi ricostruiva il sentimento delle culture indigene.

Però è un tragicomico fatto, che qui sia tutta un’altra storia: più paesana, al primo impatto, e in apparenza fuori controllo. Nel senso che il conduttore, notoriamente vittima di ascessi egotici, ha raccontato come a casa il pubblico sia diviso in due squadre: quella di coloro che lo amano a prescindere, e quella di chi invece, davanti alla brescianeria vanesia di un aspirante tutto -grande letterato, grande attore, grande showman-, pigia a caso sul telecomando pur di scappare altrove.

Premesso che esiste anche una terza categoria, costituita da chi dà sempre fiducia a Volo, e poi regolarmente rivuole indietro i soldi del biglietto, ieri sera era impossibile non applaudire l’ex panettiere per come in studio impastava il nulla. Un nulla tale e tanto, nell’arco immenso di quarantacinque minuti, da diventare arte, delirio, provocazione futurista.

E quando anche qualcosa è successo, al “Volo in diretta”, è stato spesso all’insegna del passato, con il ricorso citazionista a motivetti felliniani, dadaumpa kessleriani, e altra merce del genere. Tant’è che presto, con tono stranito, è partita dai teledelusi la domanda chiave: scusi, mister Volo, ma roba fresca, nada?

Certo non è male, sia chiaro, l’idea dell’intervista a Battiato, con il doppio piano narrativo delle domande e risposte realmente avvenute, alternate alla recitazione dei pensieri nelle teste dei due. Ma questo giochino amabile, sgraffignato peraltro alla narrativa cartacea, non basta a garantire ciò che si auspicava per l’ex spazio Dandini: no-vi-tà, accidenti. Uno straccio di novità.news_36645_volo-diretta

Se davvero “Volo in diretta” vuole, partendo da questa sera stessa, conquistare un carico di viaggiatori entusiasti, deve svuotare la valigia delle grandi ambizioni, ed estrarre dallo sgabuzzino le cose semplici, come il siparietto con il cameramen Ivo -morente di sudore causa giacca di fustagno- che tanto ricordava il duo Bonolis-Laurenti.

Ciò non significa -e perché mai- che Volo debba rinunciare anche alla furbologia jovanottista, all’esterofilia provinciale che tanto lo gratifica, o alla presunta autoironia che lo ha portato a esibire la chierica craniale.

Però sono briciole, queste: dettagli. Contorno di uno spettacolo che, per il momento, non è abbastanza spettacolare.

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2012 in TV

 

Telepadania fallisce, gli Italiani pagheranno i suoi debiti

 

telepadaniaOltre 700.000 euro di debiti tributari e finanziari ed un patrimonio netto negativo che supera i 435.000 euro. Questi i numeri deprimenti di Telepadania, la televisione di propaganda leghista con una programmazione talmente noiosa e pateticamente faziosa da essere snobbata persino dagli stessi “padani”.

Il quotidiano Libero ha così confermato la notizia: Celticon S.r.l, società proprietaria dell’indebitatissima emittente nordica, ha dichiarato lo stato di crisi ed i suoi soci non hanno più soldi per rifinanziarla. L’Inps e l’Enpals hanno inviato già un copioso numero di cartelle esattoriali ma, a quanto pare, alla fine saranno gli italiani del tanto odiato stivale unito a dover pagare i debiti maturati da Telepadania. Come si legge testualmente su Libero, infatti, “La proposta di transazione – già accettata da tutti gli enti pubblici creditori – è quella di pagare solo una parte del dovuto: in tutto 577.824 euro, con il fisco italiano, l’Inps e l’Enpals che complessivamente rinunceranno a più di 100mila euro del dovuto”.

Uno sconto che graverà quindi su pensionati e contribuenti di tutto il paese che, insultati e snobbati da sempre dal popolo padano, dovranno ora pagare il fallimento della televisione verde. E quale destino più prevedibile per una tv che avrebbe dovuto raccontare le vicende di una regione che non esiste e mai esisterà. Magari, chiamandola “Telefantasia”, il Carroccio avrebbe potuto attirare almeno l’attenzione di qualche curioso. E invece no: il partito di Bossi è andato avanti fin quando ha potuto con la politica dell’indebitamento.

Eppure, attraverso la fiduciaria Fingroup che possiede la Celticon s.r.l, i leghisti avrebbero potuto pagare con un barlume di dignità i propri debiti. Il patrimonio del Carroccio, stando alle stime effettuate in occasione degli investimenti per la Tanzania, ammonta a qualche decina di milioni di euro. Ergo c’era sicuramente la possibilità di recuperare la somma dovuta ed onorare per intero e soprattutto in maniera autonoma, un debito che è di marchi leghista dal primo all’ultimo centesimo. Eh si perché, chi detesta l’Italia unità e vuole “l’autonomia” e “l’indipendenza”, poi non può usare i soldi dei fratelli rinnegati per pagare i propri guai finanziari. Che fine ha fatto l’orgoglio padano? Ah già: c’è la crisi e la coerenza costava troppo in periodi di vacche magre; figuriamoci adesso.

Sarà magari sarà divertente vedere i due boriosi ragazzotti che, qualche tempo fa, tentavano goffamente di “insegnare la raccoltà differenziata ai napoletani” andare a chiedere l’elemosina proprio ai campani ed al resto dei tanti parassitari ed ignoranti terroni. Poter dare loro qualche euro per salvarsi dovrebbe rappresentare una grande soddisfazione per ogni vero italiano.

tratto da http://www.you-ng.it

18 marzo 2012

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2012 in TV

 

Sabina leader del PdN – Riccardo Bocca, Gli antennati

 

Schermata20120312a19.03.54La prima cosa che deve fare Sabina Guzzanti, oggi, è alzare il telefono e chiamare Lucia Annunziata. Se è una persona onesta, la fantastica Sabina, e di sicuro lo è, ha il dovere di raggiungere l’ex presidentessa Rai e dirle «grazie che esisti, e che mi permetti da anni di sfotterti a piene mani, con tanto di occhietto debole e cadenza ultracampana».

È infatti questo, in tre ore di resistenza davanti al quantomai piccolo schermo, il passaggio più divertibile nel contenitore di “Un due tre stella”, teoricamente attesissima trasmissione satirica, e praticamente abbecedario dell’antagonismo borghese, con tanto di birignao rubato alla titolare Daria.

Riepilogando per i -giustificati- assenti, da nove anni Sabina Guzzanti mancava dalle televisioni nazionali. E ora che (evviva!) è tornata, ci aiuta a ricordare cosa c’eravamo persi per colpa del solito Silvio: ossia l’incedere teutonico di una barricadera catodica, dimentica degli obblighi da comicastra -far ridere, tanto ridere, o almeno abbastanza ridere- e fedele soltanto alla militanza nel PdN: il Partito della Noia, di cui ha la tessera numero uno.

Certo è difficile, lo riconosce lei stessa, dimenticare il trapiantato in bandana, la sua guitteria conclamata, e anche il pollame desnudo di certe notti arcoriane. Ma certo non può bastare, come cambio pagina, la caricatura di un Monti telecomandato dal presidente Napolitano, e tantomeno è sufficiente la caricatura di madame Palombelli, tratteggiata mentre difende l’adorato Francèsco -che tra parentesi ne ha tanto bisogno, vista l’aria che tira-.

In crisi di divertimento, mentre le palpebre cedono, s’attende dunque da casa il miracolo di uno sghignazzo. Ma poco importa, alla condu-attrice, se il divertimento latita. Lei ha da gestire, in studio, una personalissima cellula in sonno, costituita da un soviet di economisti, intellettuali e giornalisti illuminati, tutti assieme preposti a indottrinare il pianeta.

Un esercito della salvezza che -mentre i minuti passano e s’aggiunge pure il venerato Moore (Michael)- recita a ruota di Lady Sabi il manifesto della rivolta: mazzate alle banche d’affari, mazzate ai partitacci schifosi, mazzate anche ai gestori dei cosiddetti mercati, in realtà covi di vipere e di interessi occulti.

E se per caso capita l’incidente, cioè che un dirigente Pd -Stefano Fassina- si dichiari apertamente Sì Tav, scatta istantanea la punizione, con la padrona di casa che gli aizza contro un tecnico (il giurista Ugo Mattei) e non gli rimette la museruola fino alla pausa pubblicitaria.

Dopodiché va detto, nel rispetto delle vittime innocenti, che l’umorismo svalvolato di Nino Frassica, per quanto troppo lunare e anarchico in una simile arena, merita grati applausi, come pure la fascistella di Caterina Guzzanti e un altro paio di battutisti esordienti.18532766_sabina-guzzanti-promo-nei-panni-di-lucia-annunziata-barbara-palombelli-moana-pozzi-video-0

Ma non è questo il punto. Il problema, piuttosto, è la disattenzione patologica alla grammatica televisiva, che anche se cambia premier rimane sempre la stessa. Straparlare per ore, insomma, resta comunque un reato, almeno quanto il concorso esterno all’associazione mafiosa.

E non meno grave, va ricordato, è il sospettuccio di furberia, di cui Guzzanti s’è macchiata imitando Giovanni Stella, campione siderale di volgarità involontaria, oltre che amministratore delegato del carrozzino La7.

Voleva forse apparire una prova di libertà, e invece era un abbaglio per anime belle. Nulla di (s)travolgente, infatti, è stato detto e fatto nell’intera puntata. Ha trionfato, come nove anni fa, la retorica dell’antitutto; quell’ovvio dei popoli, beato lui, che non passa mai di moda.

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2012 in TV

 

Verdone? Fa rima con emozione – Riccardo Bocca, Gli Antennati

item_947Da segnare nella categoria “bei momenti di televisione”: quelli che non per forza devono voler dire qualcosa di definitivo, o icasticamente originale, ma che al loro interno contengono il segreto dell’amica telecomandata, ovvero la capacità di accendere non il piccolo schermo ma il lampadario delle emozioni.

Obiettivo centrato ieri mattina, poco prima dell’una, da Corrado Augias, che nel suo rifugio quotidiano su Raitre -Le storie, diario italiano- ha ospitato Carlo Verdone. Il quale per fortuna non s’è messo a comicheggiare, ma ci ha introdotti alla poesia de “La casa sopra i portici”, libro uscito da Rizzoli sull’appartamento dove l’attore ha vissuto con madre e fratelli fino alla morte del padre, il professor Mario.

«È stata la perdita non di semplici mura, ma di un corpo poetico», ha detto Verdone. Perché quella casa romana «ha visto morti e nascite, urla, ha sentito musica -classica quella di mia madre, rock la mia-, ed ogni volta che suonava il campanello era un personaggio straordinario che entrava, da Federico Fellini a quell’elettricista con gli occhi strabici che io, bambino, non capivo come potesse guardare e aggiustare i guasti».

Un bagaglio emotivo, quello regalato da Verdone al pubblico, che nell’abbraccio di Augias è diventato patrimonio comune, tenerezza di un uomo che ha tutelato la propria parte infantile, trattenendo gelosamente suoni e colori, poi convertiti in patrimonio di ispirazione.

Dolorosa, in questa cornice di malinconia composta, è stata la visione della foto -contenuta nel libro di Verdone- della sua abitazione in due versioni sfasate nel tempo: la prima con gli arredi e il calore della vita vissuta, e la seconda con le pareti linde e spoglie, sintesi di un abbandono che profuma di lutto.

Quant’è bastato, ad Augias, per confezionare venticinque minuti romantici, nell’accezione più letteraria del termine, e per concludere con belle risate grazie alla proposta di due spezzoni verdoniani dissepolti dagli anni Ottanta: l’avvio di “Un sacco bello”, con la scena del bullo che ingigantisce la dote naturale infilandosi uno straccio nei jeans, e  uno spezzone del programma “Che fai ridi?», dove Verdone è un vigile della vecchia Italia alle prese con le lingue straniere.corrado-augias

Testimonianze degne di una carriera satura di successo. Ma anche scelte, colte e precise assieme, di un programma che sa sempre dove e come cercare, per introdurre il pubblico a un’onesta visione.

ps: Andrebbe approfondito, per completezza, perché l’ultimo film di Verdone, aldilà delle mille coccole della critica e dell’indiscutibile trionfo di cassetta, deluda assai, se paragonato alla raffinata piacevolezza di chi lo ha scritto e pensato. Ma che senso avrebbe, dopo tanta bellezza, rovinare tutto?

 
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Pubblicato da su 14 marzo 2012 in TV

 

L’eterna lotta tra Sky e Mediaset

 

mediaset-contro-skySe l’ormai annosa guerra tra Sky e Mediaset si potesse descrivere con termini sportivi, potremmo dire che in sede giudiziaria per Murdoch è sempre Cappotto. Il teatro dell’ultima sfida in questione – in termini di tempo – è la sede del collegio arbitrale di Parigi, a cui l’azienda della famiglia Berlusconi si è rivolta per accusare il rivale Murdoch di aver violato gli impegni presi con l’Unione Europea al tempo della fusione tra Stream e Telepiù.

Nella disputa c’è però anche altro, una sfida nella sfida per imporre la leadership dei network. Per quanto riguarda la pay per view, infatti, le uniche due vere realtà nel mercato della nostra penisola sono rappresentate dal digitale terrestre Mediaset e dalla piattaforma satellitare Sky. La loro é una storia di corteggiamenti e sgambetti che dura da almeno 8 anni e che pare destinata ad inasprirsi ulteriormente. Ma andiamo per ordine.

Nel 2008 Sky Italia acquista dalla Rai un pacchetto comprendente i Mondiali di calcio del 2010 e del 2014, le Olimpiadi invernali di Vancouver e i Giochi Olimpici che si svolgeranno quest’anno a Londra: il tutto per la modica cifra di 130 milioni di euro. Un colpaccio per la squadra di Murdoch, che porta a casa l’esclusiva, e un affarone anche per mamma Rai, cui viene comunque concessa la possibilità di trasmettere in chiaro le 25 gare più importanti del Mondiale, comprese quelle della nazionale di calcio.

L’intesa rischia però di stritolare Mediaset che in extremis prova a convincere Sky Italia a concedere anche al Biscione l’autorizzazione per mandare in onda le partite sui canali pay del digitale terrestre. La risposta, ovvio, è un no secco e senza margini di trattativa. Un rifiuto giustificato anche e soprattutto dalla situazione di grande tensione che si respirava al tempo per alcune mosse del governo Berlusconi, mal digerite dal network satellitare del tycoon australiano: dall’aumento dell’Iva deciso dal governo Berlusconi pochi giorni prima del Natale 2009, all’ingresso di Murdoch sul digitale rallentato dall’allora ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani.

Ed allora via all’ennesima battaglia legale, con Mediaset agguerrita e pronta a rivolgersi alla corte di Parigi per chiedere che i diritti sui megaeventi sportivi fossero resi disponibili anche ad altri operatori televisivi prima dell’inizio dei Mondiali. Al tempo stesso i legali del Biscione provavano comunque a raccattare le briciole e avanzavano la richiesta di risarcimento dei danni derivanti dalla mancata trasmissione dei Campionati del Mondo di calcio nell’ambito della propria offerta a pagamento Mediaset Premium.

Ma le cose (ahiSilvio!) non sono andate nel verso sperato, e la conferma è arrivata nei giorni scorsi. Ad essere accolta è stata infatti la tesi di Sky: gli arbitri, infatti, hanno negato che i diritti di trasmettere i Mondiali possano ricadere nell’ambito applicativo degli impegni presi con l’Ue perché riguardano un evento non essenziale per la competitività di un operatore televisivo concorrente, dal momento che si svolgono in poche settimane ogni quattro anni. Quindi niente partite e, ovviamente, niente risarcimento.

L’ennesimo duro colpo per la tv di Cologno Monzese che, dopo aver legiferato indisturbata pro domo sua, una volta di fronte ad organismi giudiziari internazionali si è sempre vista rigettare i ricorsi man mano intentati contro la mega corporation di Murdoch. Le basi dell’accusa che Mediaset rivolge a Sky Italia sono sempre le stesse e risalgono al 2003, anno in cui venne siglata la fusione di Stream e Telepiù in un unico network controllato dalla Newscorp di Murdoch.

Poiché il nuovo concorrente conquistava da subito una posizione di monopolio per l’offerta satellitare e pay per view, il dipartimento per l’antitrust della Commissione Europea subordinò l’accordo a una serie di limitazioni che, di fatto, obbligavano la Newscorp ad offrire la pay tv soltanto su satellite (mentre non poteva mantenere o acquisire frequenze in digitale terrestre) e ovviamente a non partecipare a gare d’asta sui diritti di eventi sportivi mondiali, solitamente riservati al broadcasting di Stato ma dal 2005 venduti al miglior offerente.

Stando ai documenti, l’accordo e il conseguente limite al concentramento di Sky avrebbe cessato di essere valido il 31 dicembre 2011, ma nel novembre 2009 il network ha chiesto alla Commissione di essere sollevata dall’impegno relativo alla piattaforma digitale, in modo da poter partecipare alla futura gara per l’aggiudicazione di cinque nuovi multiplex, cioè le frequenze che singolarmente consentono la radiodiffusione di uno o due canali in alta definizione e dai quattro agli otto canali in definizione standard.

Nel luglio del 2010 la Commissione Europea da il via libera all’ingresso di Sky sulla piattaforma digitale e, pur vincolandola per cinque anni alle sole trasmissioni in chiaro su un unico canale, rigetta l’esposto di Mediaset secondo cui le limitazioni imposte a Sky nel 2003 erano ancora validissime. Da 4 anni infatti il satellitare non è più il regno esclusivo di Murdoch e con l’avvento di TivuSat – la piattaforma su parabola alternativa al digitale, imposta oltretutto dalla legge Gasparri – le condizioni concorrenziali sono decisamente mutate. Se esiste dunque un karma anche nella giustizia, il gruppo RTI sta sicuramente scontando le colpe del patrono.

tratto da http://www.altrenotizie.org

25 febbraio 2012

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2012 in TV

 

Da Mario Monti a Rocco Papaleo, storia del loden “nuovo” simbolo di austerità – Fabiana Fierotti

Il cappotto usato dal premier e dall’attore al Festival di Sanremo, è considerato “borghese” ma in realtà ha origini modeste. Prodotto con la lana grezza delle pecore dei pastori altoatesini, è diventato simbolo di nobiltà quando nel 1882 fu indossato da Francesco Giuseppe d’Austria

Gianni Morandi e Rocco Papaleo vestoni il ‘loden’ sul palco del Festival di Sanremo

Se il picco di ascolti a Sanremo è stato raggiunto grazie alle “performance” di Adriano Celentano, anche Rocco Papaleo ha fatto il suo, apparendo sul palco in loden blu, con tanto di valigetta,  ricordando l’abbigliamento di Mario Monti, che del famoso cappotto ha fatto un segno distintivo. Quasi a simboleggiare l’avvento di una nuova austerità in questo momento di crisi, il premier, fin dal primo giorno del suo mandato, non ha mai abbandonato questo capo borghese ma di orgini modeste, innalzandolo così a baluardo di una nuova stagione politica, in antitesi, se non altro, con le bandane, le vestaglie da camera in seta, le canottiere, i bermuda a cui il popolo italiano si era quasi abituato.

Già negli anni ’70 il loden, o meglio, il “cappotto in loden” (dal nome della lana di cui è fatto) assume una connotazione politica, perpetuata poi fino ai giorni nostri; viene prodotto a partire dal Medioevo da contadini e pastori tirolesi e altoatesini che filando la lana grezza delle loro pecore, ottengono un panno grigio antracite impermeabile, perché infeltrito grazie alla pressatura in acqua. Nel 1882, la fabbrica Möessmer, aggiungendo la lana merinos e ampliando la palette di colori al bianco, rosso e nero, confeziona una mantella per l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, consacrando il loden ad indumento base della caccia – per la quale si giunge alla colorazione verde bosco – nonché della classe nobiliare.

Con il passare degli anni e delle mode, il loden verde è rimasto una costante del guardaroba di intellettuali, professori universitari e radical chic di ogni sorta, come simbolo di sobrietà e professionalità. Tranne che per una breve parentesi nel jet-set di Saint Moritz grazie all’attore Helmut Berger, il cappotto torna a far scalpore nel mondo della moda più sperimentale. Durante l’ultima edizione di Pitti Immagine, Andrea Incontri, giovane e promettente stilista italiano, ha presentato una collezione interamente dedicata alla rivisitazione del loden in chiave moderna. Per questo, si è avvalso della collaborazione con il marchio Habsburg, che dagli anni ’90 ha lanciato sul mercato una moda ispirata alla corte asburgica. Questa tendenza di nuovo ha ben poco. E basta fare un giro per le Università di tutta Italia per vedere tonnellate di “piccoli” Monti.

Da: IlFattoQuotidiano.it

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2012 in TV

 
 
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