La peggiore delle carognate, nel ramo critica televisiva, è quella di stroncare un programma e poi coprirlo di silenzio, commentando di tanto in tanto i disastri dello share, e sibilando a bassa voce che, insomma, «io l’avevo detto che non funzionava».
Così facendo -è un fatto- molto spesso ci si azzecca pure, ma nel manuale dell’onesto cronista ci sarebbe pure la postilla che una seconda chance va data a chiunque; e dunque ecco, accidenti, che sono corso a vedermi l’ultima puntata di “The show must go off”, la sciagurata avventura in cui Serena Dandini s’è infilata a La7.
Premesso che gli ascolti sono quelli che sono, e cioè mai hanno oltrepassato le dita di una mano, c’è da registrare al momento un dato incoraggiante: Lady Seren è sempre più elegante, di fronte alle telecamere, con retròabiti da meraviglia che la promuovono a pieni voti come meglio vestita della catoderia nazionale.
E poi le avete viste le scarpe? Impeccabili, anche l’altra sera, degne d’altronde di un portamento che fa esplodere i teledivanados in un clamoroso: «E meno male che c’è una vera signora, in questo elettrodomestico sempre più bifolco».
Però poi, esauriti i convenevoli, e analizzato nel dettaglio ogni segmento del buon vestire, ci sarebbe anche da parlare del programma. E qui, purtroppo, non si registrano magici miglioramenti, bensì il solito trapestare di un universo comico basato su due colonne non certo d’Ercole: le imitazioni dei potenti, e le battutine sapide in studio, qui scritte e recitate da Dario Vergassola.
Uno schema che funzionava, anni fa, quando gli schieramenti parapolitici -e di conseguenza culturali- erano definiti, codificabili a grandi linee nella simpatica banda della destra forzaitaliota o parafiniana, e nell’altrettanto spassosissima congrega della sinistra pseudoprodiana e bertinottista.
Ora invece è arrivato Spariglio Monti, e le carte in gioco sono virate all’insegna del caos più profondo. Che se da un lato può essere quasi un bene, in vista di future -e auspicabili- trasformazioni, dall’altro depotenzia il rito antagonista di veder deriso, ad esempio, il ministro Fornero, il cui alter ego sarcastico annoia almeno quanto l’originale.
Per non parlare, in parallelo, del sacro fulcro di “The show must go off”, cioè la band di Elio e delle sue storie meravigliosamente tese, la quale insiste ogni settimana a sparpagliare risa e intelligenza (per esempio con l’esecuzione de “Il carroccione”, melodia di Renatino nostro, e testo incentrato sullo sfacelo leghista), anche se in questo modo, paradossalmente, affossa il resto della scaletta.
Unica grande eccezione, in un clima da lacrime e plasma, la parodia del sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Un uomo che da solo, anche in silenzio e a luce spenta, sarebbe in grado di farci ridere, data la strepitosa forza della sua debolezza. Tantopiù era mitologico, sabato scorso a “The show must go off”, vestito da sci, con scarponi e tuta integrale, a bordo di una seggiovia sul mare di Ostia.
Agli italiani che non vivono nella capitale sarà parsa una mattata, uno dei soliti scherzi della banda Dandini. E invece no: sul serio, il primo cittadino di Roma, non disdegnerebbe lungo costa laziale una pista da discesa.
Il che funziona, alla grande, per costruire uno sketch. Ma dà al contempo la misura, di quanto il circo del reale abbia oltrepassato nonna satira.
Bravo!, bravissimo Fabio Volo!, a cominciare il suo nuovo programma nel segno della tradizione Rai, cioè correndo in scena dal direttore di Raitre Antonio Di Bella, e baciandogli grato entrambe le pantofole…
Oltre 700.000 euro di debiti tributari e finanziari ed un patrimonio netto negativo che supera i 435.000 euro. Questi i numeri deprimenti di Telepadania, la televisione di propaganda leghista con una programmazione talmente noiosa e pateticamente faziosa da essere snobbata persino dagli stessi “padani”.
La prima cosa che deve fare Sabina Guzzanti, oggi, è alzare il telefono e chiamare Lucia Annunziata. Se è una persona onesta, la fantastica Sabina, e di sicuro lo è, ha il dovere di raggiungere l’ex presidentessa Rai e dirle «grazie che esisti, e che mi permetti da anni di sfotterti a piene mani, con tanto di occhietto debole e cadenza ultracampana».
Da segnare nella categoria “bei momenti di televisione”: quelli che non per forza devono voler dire qualcosa di definitivo, o icasticamente originale, ma che al loro interno contengono il segreto dell’amica telecomandata, ovvero la capacità di accendere non il piccolo schermo ma il lampadario delle emozioni.
Se l’ormai annosa guerra tra Sky e Mediaset si potesse descrivere con termini sportivi, potremmo dire che in sede giudiziaria per Murdoch è sempre Cappotto. Il teatro dell’ultima sfida in questione – in termini di tempo – è la sede del collegio arbitrale di Parigi, a cui l’azienda della famiglia Berlusconi si è rivolta per accusare il rivale Murdoch di aver violato gli impegni presi con l’Unione Europea al tempo della fusione tra Stream e Telepiù.
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