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Archivio delle Categorie: MUSICA

Woody Guthrie, cento anni

di Alessandro Portelli, da Il Giornale della Musica

Woody Guthrie quest’anno compirebbe cent’anni, ma non li dimostra. Prendiamo una delle sue canzoni meno conosciute, una piccola innocente filastrocca intitolata Jolly Banker – “l’allegro banchiere”: “Quando hai bisogno di soldi e mantieni una famiglia, io ti farò credito perché so che ne hai bisogno” – salvo poi prenderti casa, terra, macchina e tutto, se non ce la fai a ripagarlo. La scrisse durante l’altra grande depressione, ma vale anche per la nostra, per i mutui subprime, per l’1% di allegri banchieri contro cui si mobilita il movimento Occupy.

È un tema che ritorna spesso in Woody Guthrie: “i miei raccolti stanno rinchiusi nei forzieri delle banche”, dice in un’altra canzone, e “chi lavora è povero, chi specula è ricco”. Fino alla strofa indimenticabile: “Ho girato tutto il mondo, ho visto tante cose e tanta gente strana, ma non ho mai visto un fuorilegge che sfratta una famiglia dalla sua casa”, perché, conclude, “c’è chi ti rapina con la pistola, e chi con la penna stilografica.” Forse oggi avrebbe aggiunto che c’è chi ti rapina con un clic di mouse.

Non è un caso che Occupy Wall Street abbia recuperato una quantità di canzoni che appartengono al mondo di Woody Guthrie (da Which Side Are You On a We Shall Overcome), e che il momento più alto di speranza che gli Stati Uniti hanno vissuto negli ultimi anni – l’ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca – sia stato segnato dalla memorabile performance di Pete Seeger e Bruce Springsteen che davanti a una folla enorme hanno cantato la grande canzone di Woody Guthrie, This Land Is You Land, questa è la tua terra (“questo è un bellissimo paese”, scriveva ironico Woody Guthrie, “con colline molto collinose e pianure molto pianeggianti; l’unica cosa che non mi va in questo paese sono i suoi padroni”) e l’hanno cantata recuperando strofe censurate e dimenticate di quella che era tanto una canzone d’amore per il proprio paese quanto una canzone di protesta: “C’era un muro che mi sbarrava la strada, e su questo muro c’era scritto proprietà privata”, e poi “ho visto la mia gente in fila davanti alla mense dell’assistenza, e mi sono chiesto se davvero questa terra è stata fatta per me e per te”.

Dicono: sono solo canzonette; è musica “leggera”. Ma se da settanta, ottanta anni c’è chi le canta e ci si ritrova, qualche ragione ci sarà. Una è strettamente musicale: sono canzoni d’uso, canzoni che si possono cantare. La musica popolare è fatta per viaggiare leggera, trasportata solo dalla memoria e dalla voce, magari con una chitarra e un’armonica; mentre sempre di più la popular music si va facendo tecnologica, sperimentale, con apparati sempre più complessi – che è una buonissima cosa, ma poi non ci si può stupire se la gente a casa ascolta Jimi Hendrix e poi in strada (penso a certe manifestazioni sindacali che ho visto negli anni ’80 negli Stati Uniti) canta Union Maid di Woody Guthrie. Che è poi la stessa ragione per cui il nostro “movimento del ‘77” le sue canzoni le inventava sull’aria della Spagnola o di Papaveri e papere, roba dei loro nonni, che non si sarebbero mai sognati di ascoltare.

Un’altra ragione oggi è che Woody Guthrie parla di tempi e di luoghi specifici – gli anni ’30 e ’40, il Sudovest degli Stati Uniti – ma lo fa andando alla radice, all’essenziale delle cose e dei rapporti, a quello che dura. Alla proprietà – come in This Land e nelle canzoni sui banchieri. Alla guerra: e allora, in tempi di guerre del Golfo, Tim Robbins conclude il suo “I protagonisti” sulle note di I Want to Know di Woody Guthrie: perché le tue navi da guerra solcano le mie acque, perché porti armi e bombe invece di cibo e vestiti? Alle migrazioni: la sua Deportee l’hanno incisa assolutamente tutti, da Dolly Parton a Bruce Springsteen, e racconta degli stagionali messicani morti nella caduta dell’aereo che li rimpatriava alla forza alla fine dei raccolti: “sono morti sui nostri colli, sono morti sulle nostre pianure, sono morti nei nostri orti, e non hanno altro nome che ‘deportees’”, stagionali, rimpatriati. Magari oggi ci leggiamo dentro anche cose che vedevamo di meno allora: le sue canzoni sulla Dust Bowl, le tempeste di polvere che mandano in rovina i contadini (svenati, anche qui, dai mutui ipotecari che non possono pagare), sono l’epopea e l’elegia di una grande tragedia umana; ma oggi ci accorgiamo che sono anche un ciclo doloroso di storie su un grande disastro ambientale causato dall’economia.

Woody Guthrie aveva scritto sulla sua chitarra: “Questa macchina ammazza i fascisti”. Sulla cinepresa di una film maker alternativa del Kentucky ho visto citate le stesse parole: anche quella macchina “ammazza i fascisti”. Questo infine insegna Woody Guthrie: le parole, la musica, le immagini – l’immaginazione, la passione e le idee – sono armi che ci possono salvare, dai fascisti di allora, e dai despoti globali di oggi.

(13 aprile 2012)

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2012 in MUSICA

 

D’Alessio: “Vi racconto la mia vita pericolosa. Fra Carosone e i boss” – Andrea Scanzi

 

 

Il cantante napoletano racconta il suo controverso passato. Dai matrimoni dei cammorristi alla lunga gavetta. Fino a suonare con Liza Minelli davanti a Clinton. “De Magistris si vergogna ad incontrarmi”

“Ecco come nasce una canzone”. Gigi D’Alessio scende le scale della sua villa all’Olgiata, verso lo studio personale. Fiancheggia piscina e il giardino “Amorilandia”. Maxi tivù, felpe disegnate dal figlio, ‘filippini’ solerti (“Gli ho insegnato io a cucinare, mangiare è la cosa più bella della vita”). La statua gigante di Elvis (“Regalo della Bertè, non sapeva dove infilarla”). Postazioni computer tramite cui monitorare quanto le radio lo trasmettono (“MonteCarlo e Capital non mi considerano”). E la maglia dell’Argentina ’86. “Me l’ha data Diego. A Napoli ci sono tre divinità: San Gennaro, Maradona e D’Alessio”. L’intervista impossibile va avanti da cinque ore. Cominciata alle 13, finirà dopo le 19. Da una parte un giornale che lo ha ironicamente chiamato “Fonzie Gomorra”, dall’altra un 45enne sicuro di sé ma autoironico e piacevole. Nel mezzo, terrorizzata, l’addetta stampa: l’idea è sua. Gigi D’Alessio riceve messaggi (Cassano, Galliani), macina aneddoti e vendite. “Allegri mi mandò un sms nell’intervallo di Lecce-Milan. Dice che gli porto fortuna. Il Milan era sotto 3-0. Tornai a casa. Il Milan vinse 4-3”. Al piano, con dovizia gentile, mostra la genesi dei brani. Ritmica, melodia, testo. “Per spiegare tutto, devo cercare i giornali a me più teoricamente più distanti. Voi”.

Teoricamente?
“A volte penso di essere più comunista io di tanti altri”.

Poi però vota Berlusconi.
“Di politica capisco poco. Casini mi adora, Rutelli mi chiama ‘Gigetto’, Fini mi chiede di tenerlo sotto braccio così fa bella figura. A Bossi ho regalato una chitarra. I Ciampi – e Papa Wojtyla – l’incontro più bello. E la signora Bertinotti. E Orlando. E Santoro: in privato mi ha detto che mi stima. Dovevo salire su una torre per far scendere dei disoccupati, all’interno del suo programma”.

Ha suonato per Lettieri.
“Mio fratello Pietro aveva un tumore. La malattia che si è portata via i miei genitori. Mi è rimasta solo la sorella. Chiamai Berlusconi per avere i suoi medici. Era a un “G” non so cosa in Tunisia, mi aiutò in ogni modo. Poi, il mercoledì delle elezioni 2011, a mezzanotte mi telefona. Ero a casa con Anna (Tatangelo, NdA): ‘Gigi, sto nella merda’, aiutami’. Avrei suonato per lui anche mentre faceva il bidet. Un amico. Purtroppo Pietro, dopo un anno e mezzo di cure, è morto lo stesso”.

E a Milano?
“Rimasi in hotel fino alle 20. La Lega mi insultava, la sinistra mi minacciava. Sai che c’è, mi son detto? Andate tutti ‘affanculo. E son tornato a Napoli”.

De Magistris le piace?
“Si vende bene, è simpatico, bravo e vero, ma ha fatto poco. Gli avrei regalato Sanremo se avessi vinto, ma non credo sia interessato a incontrarmi”.

Saviano ha scritto che, mentre i boss decidevano chi ammazzare, ascoltavano la sua musica. E lei ha lavorato con Luigi Giuliano, ora collaboratore di giustizia.
“Era il ’92. Il mio collaboratore, Vincenzo D’Agostino, ritenne di sottoporre una canzone a Giuliano. Lui la lesse e impose di cambiare una parola. La cambiai. Fine del nostro unico incontro”.

Avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa. Anno 2001.
“La mia fedina penale è pulitissima. Non c’era niente, durante l’incontro coi giudici il mio avvocato dormiva. In una intercettazione si diceva che dovevo ritirare i soldi. Sembravo un corriere, ma si parlava solo della paga per la mia esibizione a un matrimonio”.

Quindi ha suonato per la camorra?
“Dal ‘92 al ’96 facevo fino a 13 matrimoni al giorno. A Napoli le donne si sposano per scegliersi il cantante. Per la comunione di mia figlia chiamai Dalla, per mio figlio vorrei Pazzini. Ho suonato anche per qualche boss. Come Carosone, Cocciante, D’Angelo. Spesso non mi pagavano: un bacio e via. Alla camorra ho regalato un mucchio di canzoni: ero obbligato. Se dicevo ‘no’ chi mi proteggeva? Anche i giornalisti ci vanno. E al mattino ricevono il cachemire”.

Napoli è un microcosmo?
“Novantanove volte su 100 finisci scugnizzo. Vengo dai quartieri popolari, cresciuto dalla nonna. Quando entravo in casa, battevo forte i piedi per far scappare i topi. E niente doccia. Scendevi per strada e ti fottevano la cartella. Poi la bicicletta. Poi il motorino. Alla quarta diventavi scugnizzo. Alla delinquenza ho preferito la musica: dieci anni di conservatorio”.

Coi matrimoni quando ha chiuso?
“Nel 1996, concerto a Napoli. Attaccavo i manifesti di notte, camuffato: a Caianiello non mi conosceva già più nessuno, ma in città impazzivano. Affittai lo stadio e feci 40mila paganti. Lì è cambiato tutto. E nel 2000 mi sono trasferito a Roma. Senza più manager: ti fottono”.

Mariano Apicella lo conosce?
“Quello bravo era il padre, il figlio lasciamo perdere. Da Costanzo dissi per scherzo che le canzoni a Berlusconi era meglio se le scrivevo io. Devo a un povero posteggiatore la scelta della carriera solista. Mi chiamò per la comunione della figlia, aveva 2 milioni e 500mila lire in pezzi da mille. Tutti i suoi risparmi. Mi vergognai e cantai gratis”.

Ha picchiato dei fotografi.
“Erano appostati qua fuori, stavo da poco con Anna. Mi avvicino. Uno dei due, detto Er Millelire, si rivolge all’altro, detto Foggia: ‘Anvedi ‘sto napoletano der cazzo’. Non ci ho visto più e l’ho colpito. Gli si è aperta la fronte, sangue ovunque. Colpa dell’anello col rosario: vede, questo qua”.

La sua villa è lussuosissima.
“Dovevo invitarla al ristorante, così non scoprivate quanto sono ricco? Mica ho sgozzato i bambini e venduto gli organi. Finirò di pagarla tra 20 anni col mutuo. Non amo ostentare, ma il Rolex me lo sono fatto. E pure la Mercedes. Qualcuno penserà che i soldi me li ha dati la camorra, ma quanto cazzo è potente ‘sta camorra? Mi riempie i teatri pure in Australia?”.

A Sanremo, nella cover di Mia Martini, ha cantato malino.
“La mia musica fa cacare? Okay. Vi invito a un concerto: venite quando tenete la colite, così vi stimolo. E ‘cantare male’ è soggettivo: Vasco emoziona, ma tecnicamente non è un granché”.

Lei è un neomelodico.
“Il neomelodico non esiste. E’ una parola usata da un giornalista che amava Nino D’Angelo: il melodico era lui, i neomelodici tutti gli altri. Dire che sono il principe dei neomelodici è come dire che sono il primo degli stronzi. Non ho niente in comune con chi dedica le canzoni ai boss. Sarebbe come affermare che un giornalista del Fatto è uguale a uno di Bricabrac”.

Scrive solo d’amore.
“Non so fare altro. La parola più forte che ho usato è “carcere”. Sono un cantautore napoletano, mi esprimo in due lingue: l’italiano è quasi una lingua straniera”.

Ha regalato alla figlia di Gaber, Dalia, la Lambretta che Giorgio usò per La ballata del Cerutti.
“Dalia, che cura i miei rapporti stampa, era a tavola con me e il capo dell’azienda. Io: “Dalia, quest’uomo ti regalerà la Lambretta di tuo padre”. Non era previsto, l’aveva appena pagata 15mila euro all’asta, ma a quel punto non poteva rifiutarsi”.

Nella sua sala c’è il pianoforte di Carosone.
“E’ del 1974, per Renato ero l’unico che poteva suonarlo. Ricordo sua moglie ai funerali: ‘Gigi, la favola è finita’. Mogol rivede in me le capacità di Battisti, Dalla era un amico, Fossati parla benissimo di me. All’estero duetto con Liza Minnelli. Però io sono quello della camorra”.

Il più grande pregiudicato camorrista mai esistito nella storia della musica leggera italiana”: così Nonciclopedia.
“Molti mi augurano la morte, ma a chi scrive queste cose dico solo: ‘Perché?’. Se sostenessero che lei è gay e se lo fa mettere in quel posto da chiunque, sarebbe felice? Io mi sento così. E mi rode”.

E’ vera la storia su Umberto Bindi?
“Lessi che gli avevano pignorato tutto, anche il pianoforte. Ne fui colpito, così gliene mandai uno. Mi ringraziò, commosso. Quattro giorni dopo morì”.

Cosa cantò per Clinton?
Malafemmina: ‘Mister President, this is Bad Woman’. Era il periodo di quella lì, ci stava bene”.

Il Fatto lo legge?
“No, ma mi sta simpatico Travaglio. Noi napoletani siamo esigenti. Siani è un amico, ma non rido mai. Travaglio mi fa ridere. Non per ciò che dice: per lo sguardo, per i silenzi. E’ il Troisi del nord”.

Di quella canzone nata in un’ora, che ha salvato sul desktop col nome “Il Fatto”, che ne farà?
“Ci lavorerò, è buona. Poi ve la regalo e i proventi li diamo in beneficenza”.

Da: IlFattoQuotidiano.it

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2012 in MUSICA

 

La storia di Tony Iommi, padre dell’Heavy Metal e cofondatore dei Black Sabbath – Pasquale Rinaldis

Nato a Birmingham nel 1948 da genitori italiani emigrati nel Regno Unito, il chitarrista storico del gruppo creato insieme a Ozzy Osbourne si racconta in un’autobiografia uscita in Italia per i tipi di Arcana

La storia è costellata di persone la cui vita somiglia più alla sceneggiatura di un film che a una ordinaria esistenza vissuta giorno dopo giorno. Una di queste è sicuramente quella di Tony Iommi, chitarrista fra i più influenti di sempre, cofondatore assieme a Ozzy Osbourne dei Black Sabbath, gruppo pioniere dell’Heavy Metal e dalla critica denominato “I Beatles dell’Heavy Metal”. Si intitola “Iron Man – Il mio viaggio tra Paradiso & Inferno con i Black Sabbath” l’autobiografia del chitarrista uscita in Italia per i tipi di Arcana.

Un amore per la musica quella del piccolo Tony – nato a Birmingham nel 1948 da genitori italiani emigrati nel Regno Unito – , sbocciato nella sua cameretta ascoltando da una radiolina i gruppi strumentali che avevano le chitarre in primo piano, come gli Shadows: “Mi hanno fatto venire voglia di suonare la chitarra, adoravo quel sound, roba strumentale e ho capito: voglio fare questo”. Ma non è facile per lui diventare musicista. I soldi in casa scarseggiano, e le finanze per l’acquisto di una chitarra non ci sono. Inoltre Tony è mancino e trovare una sei corde per lui è davvero molto complicato. La madre, però, fa di tutto per accontentarlo e alla fine riesce a regalargli una chitarra elettrica Watkins Rapier vista su un catalogo. Una Watkins per mancini dal costo di 20 sterline che la madre paga a rate.

Terminati gli studi e dopo aver fatto svariati lavoretti, il suo obiettivo principale è diventare un musicista professionista. Entra in contatto con un pianista e un batterista più grandi di lui e dallo strimpellare da solo in camera sua comincia a esibirsi in pubblico. Con la band ottiene un ingaggio in un pub e Tony, che non ha neanche l’età per entrare in un pub, incomincia a guadagnare qualche sterlina per la felicità dei genitori. Ma dopo qualche tempo entra in un’altra formazione, i Rockin’ Chevrolets, i quali, vestiti rossi di lamé forniscono la colonna sonora ai giovanotti inglesi che nei concitati weekend si picchiavano nel locale…

In seguito anche gli Chevrolets si sciolgono e dopo aver sostenuto una brillante audizione entra nei The Birds & The Bees, più vicini a una band professionista, tanto che ottengono di andare in tournée in Europa. E’ l’inizio del sogno. Che però dura pochissimo. Tutto va per il verso giusto, lavora ancora, però, come saldatore in una fabbrica. E’ il suo ultimo giorno da saldatore quando durante la pausa pranzo alla mamma comunica di non voler terminare il turno pomeridiano. Questa però insiste: “Va e finisci il lavoro per bene… uno Iommi si comporta così”. Torna in fabbrica. Gli tocca lavorare a una grossa pressa perché quel giorno non c’è la signora che di solito se ne occupa. La mattina tutto fila liscio, ma al ritorno dalla pausa pranzo, forse perché sovrappensiero, schiaccia il pedale e la pressa gli piomba sulla mano destra staccandogli le punta di due dita. Medio e anulare. “Ecco è finita per sempre” pensa. E’ il suo ultimo giorno di lavoro e anche il più triste. Il sogno di una gran carriera davanti svanisce mentre guarda la sua mano destra grondante sangue.

Non tutto il male viene per nuocere però. Tutti sanno quel che Tony Iommi è diventato. In più deve re-incontrare il mitico Ozzy, suo ex compagno di scuola, che in quel periodo si fa chiamare “Ozzy Zig”, e Black Sabbath per adesso è solo il titolo di un film del genere horror con protagonista Boris Karloff e non il nome di una delle band più prolifiche e durature della storia della musica. Una storia che davvero somiglia più alla trama di un film che a una vita realmente vissuta: come riesce a diventare “Iron Man”, e a creare un nuovo genere, l’Heavy Metal, lo scoprirete leggendo questa incredibile quanto travolgente biografia.
Da: IlFattoQuotidiano.it
TONY IOMMI “IRON MAN IL MIO VIAGGIO TRA PARADISO&INFERNO CON I BLACK SABBATH”
Prezzo: 19,50 euro
Editore: Arcana Collana Biografie
Pagine: 390 con inserto fotografico

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2012 in MUSICA

 

Planet Funk – “These boots are made for walking”

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in MUSICA

 

Muse – “UNdisclosed Desires”

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in MUSICA

 

Lucio Battisti – “Una giornata uggiosa”

…”Sogno di abbracciare un amico vero che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro e gente giusta che rifiuti d’esser preda di facili entusiasmi”… cit. Lucio Battisti [1]
 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in MUSICA

 

Free Hugs Campaign – Official Page (music by Sick Puppies.net ) – PER RIFLETTERE

 
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Pubblicato da su 1 marzo 2012 in MUSICA

 

Nomadi – Ti lascio una Parola (Goodbye). – IL MIO ADDIO

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2012 in MUSICA

 
 
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