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Inchiesta dello Spiegel: Italia, abusivi dell’euro.

 

Sui documenti riservati di Berlino: L’Italia non aveva i requisiti per entrare nella moneta unica.
Documenti di fonte governativa tedesca appena resi noti rivelano che molti in seno alla Cancelleria di Helmut Kohl nutrivano seri dubbi sulla moneta comune europea quando nel 1998 si prese la decisione di introdurla. Helmut Kohl disse che tutti avrebbero avvertito il “peso della storia”, la decisione di introdurre la moneta unica”. Il 2 maggio 1998, a Bruxelles, Kohl e i suoi colleghi presero una decisione di enorme importanza. Undici Paesi – tra i quali la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Italia – sarebbero entrati a far parte della nuova moneta unica europea.

Il peso della storia A 14 anni di distanza “il peso della storia” si fa sentire più che mai. Per ragioni politiche furono accolti nell’euro Paesi che all’epoca non erano pronti. Il governo tedesco ha messo a disposizione centinaia di documenti che vanno dal 1994 al 1998 e riguardano l’introduzione dell’euro e la decisione di accogliere l’Italia nell’Eurozona. A leggerli si capisce che l’Italia non avrebbe dovuto essere accolta nell’Eurozona. La decisione di accoglierla si fondò esclusivamente su considerazioni politiche. La decisione creò un precedente per un errore più grave due anni dopo: far entrare la Grecia. Ma Kohl preferì dimostrare che la Germania, anche dopo la riunificazione, rimaneva profondamente europeista, definiva la moneta comune “una garanzia di pace”.

Operazione Auto-inganno I documenti dimostrano che Berlino conosceva bene il reale stato dei conti pubblici italiani. L’operazione “auto-inganno” ebbe inizio nel 1991 a Maastricht. I capi di Stato e di governo europei si erano riuniti per prendere la decisione del secolo: l’introduzione dell’euro entro il 1999. Per garantire la stabilità della nuova moneta furono concordati severissimi criteri di accesso. La Commissione europea e l’Istituto monetario europeo avevano compiti di controllo e i leader europei dovevano prendere una decisione definitiva nella primavera del 1998.

L’Italia raggiunse, almeno sulla carta, i parametri alla vigilia della scadenza. Ma esponenti della Cancelleria tedesca a Bonn avevano qualche dubbio. Nel febbraio del 1997, dopo un vertice italo-tedesco, un funzionario osservò che il governo di Roma aveva dichiarato, “con grande sorpresa dei tedeschi”, che il deficit di bilancio era inferiore a quanto indicato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dall’Ocse (Ocse).

Ma poco prima del vertice un funzionario tedesco d’alto grado aveva scritto in un promemoria che secondo le nuove regole per il calcolo degli interessi, la riduzione del deficit italiano era stata dello 0,26 per cento appena. Pochi mesi dopo Jürgen Stark, sottosegretario alle Finanze, riferì che i governi di Italia e Belgio avevano “esercitato pressioni sui governatori delle rispettive Banche centrali violando l’impegno di autonomia degli istituti centrali” per evitare che gli ispettori dell’Ime non affrontassero “con un approccio eccessivamente critico” il tema del debito sovrano dei due Paesi.

I dubbi sui tagli A Maastricht, Kohl e gli altri leader avevano fissato al 60 per cento del Pil il tetto massimo del debito “a meno che il rapporto non evidenzi un sufficiente grado di decremento avvicinandosi rapidamente al valore di riferimento”. Il debito italiano era pari al doppio e tra il 1994 e il 1997 il debito era diminuito di appena tre punti. “Un debito del 120 per cento significava che questo criterio di convergenza non poteva essere soddisfatto – dice Stark oggi – Ma la domanda politicamente rilevante era: possiamo lasciare fuori dall’euro paesi fondatori della Cee?”.

“Fino al 1997 inoltrato noi del ministero delle Finanze non credevamo che l’Italia sarebbe riuscita a soddisfare i criteri di convergenza”, dice Klaus Regling, all’epoca direttore generale delle Relazioni finanziarie e internazionali del ministero delle Finanze. Oggi Regling presiede il Fondo Salva Stati EFSF. Il 3 febbraio 1997, il ministro tedesco delle Finanze osservava che a Roma “erano state completamente tralasciate misure strutturali di taglio della spesa pubblica per evitare ricadute negative sul consenso sociale”. Il 22 aprile in un appunto del portavoce della Cancelleria si affermava che era “quasi impossibile” che “l’Italia potesse soddisfare i parametri”. Il 5 giugno il dipartimento dell’economia della Cancelleria riferiva che le prospettive di crescita dell’Italia erano “modeste” e che i progressi compiuti in materia di consolidamento dei conti pubblici erano “sopravvalutati”.

L’inganno di Kohl I documenti appena resi noti inducono a ritenere che Kohl abbia ingannato sia l’opinione pubblica che la Corte costituzionale tedesca. All’epoca quattro professori si erano rivolti alla Corte costituzionale per impedire l’introduzione dell’euro. La richiesta era “chiaramente infondata”, dichiarò il governo dinanzi alla Corte sostenendo che sarebbe stata giustificata solo nel caso di un “sostanziale scostamento” rispetto ai criteri di Maastricht e che tale scostamento “non c’era né era prevedibile”. Davvero? Dopo un incontro tra il Cancelliere, il ministro delle Finanze Theo Waigel e il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, il direttore della Divisione per l’economia della Cancelleria, Sighart Nehring, osservò verso la metà di marzo del 1998 che “l’elevatissimo debito” dell’Italia poneva “enormi rischi”. Ma il promemoria non ebbe ripercussioni. I funzionari di Bonn affidavano le loro speranze a due uomini che avevano iniziato a rimettere le cose a posto in Italia: il primo ministro Romano Prodi e il suo ascetico ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, già governatore per molti anni della Banca d’Italia. “Senza Ciampi l’Italia non sarebbe mai riuscita ad entrare nell’Eurozona”, dice l’ex ministro delle Finanze Waigel.

Ciampi e Prodi ottennero risultati relativamente positivi rispetto ai loro predecessori. Grazie alle riforme e ai tagli di spesa riuscirono a ridurre il ricorso al credito e ad abbassare il tasso di inflazione. Ma il Paese aveva problemi ben maggiori e il governo ne era consapevole. Infatti gli italiani nel 1997 proposero in due circostanze di rinviare il varo dell’euro. Ma i tedeschi non accettarono. L’ex consigliere di Kohl, Bitterlich, ricorda che i tedeschi avevano affidato a Ciampi le loro speranze: “Tutti lo ritenevano il garante dell’Italia e in un certo senso pensavano che sarebbe riuscito a sistemare le cose”.

Equilibrio creativo È anche chiaro, ovviamente, che Kohl era deciso ad arrivare all’unione monetaria prima delle elezioni del 1998. La sua rielezione era a rischio e il suo sfidante, il socialdemocratico Schroeder, era noto per essere un euroscettico.

Alla fine gli italiani riuscirono a soddisfare, almeno formalmente, i criteri di Maastricht grazie a qualche trucco e ad alcune circostanze fortunate. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse bassissimi e Ciampi si rivelò un creativo giocoliere della finanza pubblica. Introdusse, ad esempio, l’Eurotassa e ideò un intelligente trucco contabile consistente nel vendere le riserve auree del Paese alla Banca centrale tassando i profitti. Il deficit di bilancio di conseguenza diminuì. Anche se in ultima analisi Eurostat non avallò questi stratagemmi, simbolicamente si ebbe la conferma di quello che era il fondamentale problema italiano: il bilancio non era in equilibrio, ma gli effetti speciali avevano prodotto conseguenze positive.

“Ingresso inaccettabile” Questa realtà non sfuggì ai funzionari della Cancelleria. In un promemoria datato 19 gennaio 1998, Bitterlich sottolineava che la riduzione del deficit si fondava essenzialmente sull’Eurotassa e sui tassi di interesse che erano diminuiti molto più che in altri Paesi. Poche settimane dopo, alcuni rappresentanti del governo olandese si misero in contatto con la Cancelleria e chiesero un “incontro riservato”. Il segretario generale del primo ministro olandese e il sottosegretario alle Finanze volevano esercitare pressioni su Roma. “Senza misure aggiuntive da parte dell’Italia tali da dare prova della sostenibilità sul lungo periodo del consolidamento , allo stato attuale l’ingresso dell’Italia nell’Eurozona è inaccettabile”, sostenevano i funzionari olandesi. Kohl, temendo che fallisse il suo più importante progetto dopo la riunificazione, respinse queste obiezioni. Disse agli olandesi che il governo francese lo aveva avvertito che la Francia, in caso di esclusione dell’Italia, si sarebbe ritirata dall’unione monetaria.

La pausa dopo lo sforzo Nella primavera del 1998, Eurostat certificò che gli italiani erano in linea con i criteri in materia di deficit fissati dal Trattato di Maastricht. Ciò significava che “non c’era più ragione di impedire l’ingresso dell’Italia nell’euro”, ricorda Waigel. Dopo che questo ostacolo era stato superato, “gli italiani potevano rivendicare il diritto giuridico di entrare nell’Eurozona fin dall’inizio”, ricorda oggi Regling.

Tre mesi dopo, quando l’Italia si era assicurata l’ingresso nell’euro, il problema venne a galla. Il 10 luglio 1998 l’ambasciatore Kastrup disse ad alcuni funzionari di Bonn che l’Italia era in fase di “stagnazione” e che il governo italiano “si stava prendendo una pausa dopo lo sforzo straordinario fatto per soddisfare i criteri di Maastricht”. La pausa divenne lo status quo.

Di Sven Boll, Christian Reiermann, Michael Sauga e Klaus Wiegrefe da Il Fatto Quotidiano del 13/05/2012.

dk53news.blogspot.it

 
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Pubblicato da su 13 maggio 2012 in ESTERI

 

Hollande presidente, svolta per l’Europa – Emilio Carnevale

  La sentenza di morte nei confronti del socialismo è vecchia più o meno quanto il socialismo stesso. Ma è sempre stata una sentenza avventata e imprudente, perché tende a confondere specifici partiti, movimenti, soluzioni tecnico-economiche con quello che è, al fondo, un principio e un afflato connaturato alla sfida – ancora aperta – proposta dalla modernità: l’eguale libertà degli uomini. Il regime democratico non può accettare che sia accantonato una volta per sempre il problema del divario fra le prospettive di autorealizzazione degli individui: le differenti condizioni di nascita – per definizione del tutto casuali, dunque “immeritate” – non possono, meglio, non devono, essere l’arbitro assoluto dei destini della persona. Così come è insita nell’ethos democratico la messa in discussione del privilegio: ciò che qualcuno considera l’intangibile frutto del proprio lavoro o di una legittima, e insindacabile, proprietà, è concepito dall’ethos democratico come il risultato degli sforzi di tutti coloro che partecipano ad una impresa produttiva, come il prodotto cioè di una cooperazione sociale, di un sistema che non potrebbe reggersi, svilupparsi e progredire senza l’intelligenza collettiva cui ogni grande intelligenza individuale è in qualche modo debitrice.
Da questo punto di vista essere realmente democratici significa porsi il problema di come dare attuazione al concretissimo principio della uguale dignità degli uomini. Il quale prescrive, ad esempio, che tutti devono potersi curare da una malattia o accedere ai livelli più elevati di istruzione indipendentemente dal proprio censo o status sociale. Allo stesso modo ognuno ha diritto «al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione» (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dalle Nazioni Unite 10 Dicembre 1948).
C’è naturalmente un carico di utopia in tutto questo, ma l’utopia è proprio quell’ideale regolativo senza il quale non è possibile individuare la direzione di alcun disegno di riforma. Per questo Willy Brandt invitava il popolo tedesco ad «osare più democrazia» e concepiva il socialismo democratico come un progetto mai concluso: «non esiste un momento finale in cui si risolvono le contraddizioni della società».
Ieri le elezioni francesi hanno registrato il trionfo del socialista François Hollande. Diventerà il ventiquattresimo presidente della Repubblica, il settimo della Quinta Repubblica. La sua vittoria coincide con uno dei momenti più difficili che l’Europa abbia attraversato dal secondo dopoguerra. Le risposte fin qui messe in campo dai vari leaders europei alla più grande crisi economica dopo la Grande Depressione degli anni Trenta si sono rivelate del tutto inadeguate. Ecco perché il successo di Hollande rappresenta la speranza di un cambio di passo, di una riformulazione complessiva delle priorità nell’agenda delle politiche europee, sonoramente bocciate anche dal voto greco.
Non è ancora chiaro quale sarà il margine di manovra del presidente francese, quanto riuscirà a influenzare l’attuale leadership a egemonia tedesca, di quale entità saranno i compromessi ai quali dovrà inevitabilmente piegarsi. «Non voglio imporre nulla», ha detto Hollande all’indomani del primo turno delle presidenziali, «ma quando il popolo francese si esprime può essere ascoltato. Sopratutto se è portatore di una posizione giusta, utile, oggi sostenuta da molti economisti. Molti, compresi alcuni che guidano istituzioni finanziarie, dicono che senza crescita l’Europa non ha futuro».
La crescita prima di ogni cosa, dunque. Ciò che Hollande intende per crescita è tuttavia molto diverso da ciò che intende Angela Merkel. Lo ha sottolineato molto bene – dal suo punto di vista – l’Economist, che ha definito Hollande «l’uomo più pericoloso d’Europa»: «Il candidato socialista ha saggiamente chiesto di rivedere il “patto fiscale” dell’eurozona in modo che non imponga soltanto una riduzione del deficit ma anche l’attenzione alla crescita», ha scritto nei giorni scorsi il settimanale conservatore britannico. «La proposta di Hollande risponde al coro di protesta contro l’austerity voluta dalla Germania che si sta diffondendo in tutto il continente, da Irlanda e Paesi Bassi a Italia e Spagna. Soltanto che diversamente da quello di altri, per esempio di Mario Monti, il rifiuto del patto fiscale di Hollande non si basa su sottigliezze macroeconomiche come il ritmo del rafforzamento fiscale». No, la politica di questo socialista francese muove da un altro approccio verso altri obiettivi. Ma questo è assolutamente un bene. E anche nella comunità finanziaria sono in molti a non pensarla come l’Economist: sul Financial Times, ad esempio, Wolfgang Münchau aveva giudicato «significantly positive» il potenziale impatto dell’elezione di Hollande per contrastare la «narrazione tossica» che è stata fatta delle cause della crisi (irresponsabilità fiscale) e delle sue possibili soluzioni (austerità).
Il candidato del Ps aveva anticipato che in caso di vittoria avrebbe inviato agli altri leaders europei un memorandum fondato su quattro punti: «La creazione di eurobond, non per mutualizzare il debito bensì per finanziare progetti infrastrutturali industriali; maggiori possibilità di finanziamento per la Bei, la Banca europea d’investimento; la creazione di una tassa sulle transazioni finanziarie con gli Stati che saranno favorevoli; lo sblocco dei fondi strutturali oggi inutilizzati». A questo documento, aveva detto ancora Hollande, «si dovrà aggiungere un dialogo tra gli Stati e la Banca centrale per combattere la speculazione e fare in modo di garantire il finanziamento necessario all’economia reale, visto che in questo momento il rischio principale è che l’Europa resti in recessione a causa delle difficoltà che incontrano le imprese nell’accesso al credito». La Banca centrale europea è ovviamente indipendente, ma il mutato clima intorno ad essa potrebbe dare un buon contributo all’adozione di iniziative non convenzionali. Ha ricordato il premio Nobel Joseph Stiglitz nei giorni scorsi durante un incontro a Roma che «abbiamo già tante catastrofi naturali da fronteggiare, come i terremoti e gli uragani, da non dover aggiungercene una prodotta dagli uomini come la rigidità monetaria».
Per quanto concerne il “fronte interno”, il sito di MicroMega ha già pubblicato un lungo articolo sul programma socialista. Ulteriori proposte sono emerse nel corso della campagna elettorale.
Particolarmente scalpore ha fatto quella di un’aliquota marginale al 75% per i redditi superiori al milione di euro, nonostante il fatto che essa coinvolgerebbe un numero assai ristretto di contribuenti (3-4000 persone secondo l’economista Michel Sapin, responsabile del programma di Hollande). C’è da dubitare che il neopresidente tenga davvero fede a questa promessa, dal significato evidentemente simbolico. È sicuro però che essa nasce sulla spinta della “concorrenza a sinistra” del candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon. Quest’ultimo proponeva addirittura la confisca totale per la quota di reddito oltre i 360mila euro.
Ora, senza entrare nel merito della perseguibilità concreta, dell’efficienza e dell’equità delle singole soluzioni tecniche ci permettiamo di opporre una piccola nota storica a chi bolla come poco serie e “folcloristiche” alcune posizioni radicali presenti nel dibattito francese. In Italia la prima formulazione dell’Irpef (1973) prevedeva 32 scaglioni di reddito con aliquota massima all’82%, abbassata al 72% nel 1975. Erano gli anni Settanta: oggi c’è la globalizzazione, con tutti i vincoli che ne conseguono. Ma se parliamo di “principi” non dimentichiamo che quella era l’Italia democristiana – non l’Unione sovietica di Breznev –, un’Italia repubblicana e democratica nella quale si dava piena attuazione al principio costituzionale secondo il quale «il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53).
Tornando alla Francia, lo scorso 4 aprile l’allora candidato Hollande ha annunciato le misure che saranno prese subito, nei primi due mesi del mandato. Si comincerà, dopo l’insediamento (10 o 11 maggio) e prima della fine della sessione ordinaria del parlamento (29 giugno), con la riduzione del 30% dello stipendio del capo dello Stato e dei membri del governo; l’aumento del 25% dell’indennità scolastica (cioè del rimborso statale alle spese per l’acquisto del materiale didattico da parte delle famiglie); il blocco per tre mesi del prezzo della benzina (sul tema energia ricordiamo che nel programma del Ps c’è un piano per ridurre dal 75% al 50% il contribuito del nucleare al fabbisogno energetico del paese); l’annuncio del ritiro anticipato, entro il 2012, delle truppe francesi dall’Afghanistan (il 20 e 21 maggio è in programma un vertice Nato a Chicago); l’introduzione di un tetto massimo alle retribuzioni nelle aziende pubbliche, da individuare attraverso il limite di 20 a 1 nel rapporto fra stipendi di dirigenti e manager e quello degli altri lavoratori; il ripristino del diritto di andare in pensione a 60 anni per chi può contare su almeno 41 anni di contributi e ha cominciato a lavorare prima dei 20 anni; la cancellazione del blocco del turn-over nella pubblica amministrazione, in virtù del quale oggi si procede ad una sola assunzione ogni due dipendenti in uscita.
Nel corso di una sessione parlamentare straordinaria (fra il 3 luglio e il 2 agosto) – e naturalmente ipotizzando una vittoria dei socialisti anche alle elezioni legislative che si terranno il 10 e il 17 giugno – il cammino di marcia segnato da Hollande prevede l’approvazione di una legge sulle banche che introduca una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Era il cuore dello Glass-Steagall Act approvato negli Stati Uniti da Roosevelt nel 1933, nel mezzo della Grande Depressione e in buona parte abrogato da Bill Clinton nel 1999. Con l’ultima crisi in Europa non si è fatto quasi nulla per la regolamentazione del sistema finanziario, mentre negli Usa di Barack Obama è entrato in vigore nell’estate del 2010 il Dodd-Frank Act (una dettagliata analisi dei punti di forza e di debolezza di quest’ultimo pacchetto di leggi si può trovare nel capitolo 10 del libro di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”, Einaudi).
Sempre nella sessione parlamentare straordinaria del 3 luglio-2 agosto è infine prevista una prima tranche di assunzioni nel settore scolastico (nell’arco dei cinque anni ne sono previste 60mila) e le prime misure della riforma fiscale, fra le quali il ripristino integrale della patrimoniale, attraverso la cancellazione degli sgravi introdotti da Sarkozy.
L’uomo più pericoloso d’Europa? Per qualcuno certamente sì. Ma una sinistra che rinunciasse ad essere pericolosa, pericolosa per il privilegio, pericolosa per gli assetti di potere esistenti, è una sinistra che non avrebbe ragion d’essere. In bocca al lupo, monsieur le Président!
(7 maggio 2012
 
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Pubblicato da su 7 maggio 2012 in ESTERI

 

“Il debito non lo paghiamo”. In Irlanda è rivolta fiscale

 

In Irlanda è rivolta fiscale. Migliaia di irlandesi sono scesi in strada sabato per protestare contro le nuove misure di austerità e i rincari fiscali. E la nuova tassa sulla casa è stata rispedita al mittente da metà della popolazione.

irlanda_no_referendumLa corda si è spezzata. Mentre si assiste al crollo dei prezzi immobiliari, ai fallimenti a catena di aziende e banche, e imperversa disoccupazione e povertà, i cittadini irlandesi hanno deciso di provare a liberarsi dal ricatto dell’economia finanziaria che ha messo sulle loro spalle un prestito di novanta miliardi di dollari di Fmi e Ue.

Centinaia di migliaia di persone ora rischiano di subire delle multe e potenzialmente anche di finire a processo. Si tratta a tutti gli effetti di una rivoluzione fiscale che potrebbe smantellare la strategia del governo volta a rimettere in sesto l’economia e rendere ancora più difficile l’implementazione delle nuove misure di austerità.

Tra gli slogan campeggiavano “Non posso pagare, non paghero’”. “Quando i banchieri pagano, allora pagheremo anche noi!”. Chi si oppone alla tassa, sostiene che l’aliquota è identica sia per i benestanti sia per i piu’ poveri. L’indignazione è alimentata dalla percezione generale che un gruppo elitario di banchieri, politici e agenti immobiliari ultra ricchi ha distrutto l’economia senza aver ancora pagato un soldo e senza aver ricevuto la punizione che si merita.

L’introduzione della tassa contro le famiglie è stata accolta con una campagna contraria lanciata da attivisti politici e anche piccole comunità, che hanno esortato tutti a boicottare la nuova imposta. Visto il successo riscontrato dalle iniziative, devono aver sicuramente stimolato un nervo scoperto.

Come se non bastasse, tutto cio’ sta accadendo mentre il paese si prepara a recarsi alle urne in occasione di un referendum sul Fiscal Compact. Un’eventuale bocciatura del nuovo patto di bilancio europeo il 31 maggio, quando andrà in scena il voto popolare, porterebbe alla fuga degli investitori stranieri necessari per la ripresa economica dell’isola. Secondo un recente sondaggio, il 49% degli intervistati si è dichiarato a favore del trattato, il 33% contrario mentre il 18% e’ ancora indeciso.

L’obiettivo dell’esecutivo di coalizione tra Fine Gael (nazionalisti centristi aderenti al PPE) e Laburisti è quello di abbassare l’incidenza del debito al 10% del Pil nel 2011 e restituire il debito.

Secondo il ministro delle Finanze irlandese, Michael Noonan, si tratta di continuare “la costruzione della fiducia nell’Irlanda”, sottolineando che l’interessamento espresso questa settimana da un fondo sovrano cinese rispetto alle opportunità d’investimento nell’isola non ci sarebbe stato “se non fossimo completamente coinvolti nell’Eurozona”.

tratto da http://www.controlacrisi.org

28 aprile 2012

 
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Pubblicato da su 28 aprile 2012 in ESTERI

 

La crisi vota contro Sarkozy

 

 

 

Come previsto il primo turno delle presidenziali è stato un referendum sul presidente uscente. Il voto di protesta ha favorito soprattutto la destra di Marine Le Pen. Per Hollande non è ancora fatta.

È stata la crisi a caratterizzare il voto di domenica, e la crisi si è espressa in massa. I francesi, si potrà affermare, non hanno ceduto al disincanto democratico. Domenica 22 aprile si sono recati alle urne in grandissimo numero. La scarsa affluenza alle urne registrata in occasione delle consultazioni degli ultimi anni (elezioni europee o locali) durante il  mandato che sta per concludersi non si è ripetuta.

Le elezioni presidenziali confermano, invece, il loro status di “consultazioni più importanti” del nostro sistema istituzionale. Senza dubbio, è anche la conseguenza e l’espressione migliore di quel processo di “presidenzializzazione” della nostra forma di governo politico, già favorita dall’adozione del mandato quinquennale e dall’abbinamento di legislative e presidenziali. Tale operazione è uscita  ancor più rafforzata dalla concentrazione del potere messa in atto dall’iperattivo Nicolas  Sarkozy nel corso del suo mandato.

Se i francesi si sono recati in gran numero alle urne, è stato sicuramente più per esprimere lo smarrimento della crisi che tende all’esasperazione che per manifestare entusiasmo per i programmi  proposti. L’inquilino dell’Eliseo temeva che il primo round di questa consultazione assumesse il significato di un referendum anti-Sarkozy. Ciò che di fatto è stato: il presidente uscente non ha ritrovato il consenso dei suoi elettori del 2007.

Come i popoli del mondo arabo, i francesi vogliono mandare a casa il loro capo di stato, con modi garbati e allo stesso tempo risoluti. “Sortez les sortants” (fate uscire gli uscenti): nel corso degli ultimi anni la crisi ha motivato e diffuso lo slogan nella maggior parte dei paesi europei.

I francesi hanno lanciato il loro messaggio anchecon i voti dati a Marine Le Pen. La performance storica della candidata del Front National (che ha ottenuto oltre il 18 per cento dei voti) è stata sicuramente l’evento più importante di questa domenica elettorale. Il partito di estrema destra ha varcato dunque una nuova soglia. Con la sua personalità, il suo stile, le sue parole, la figlia del fondatore del FN è riuscita nell’operazione  di contrastare lo stigma di cui era stato fatto oggetto il suo partito, operazione da lei intrapresa da parecchi anni.

Marine Le Pen ha saputo destreggiarsi meglio di Jean-Luc Mélenchon tra le preoccupazioni degli strati popolari più colpiti dalla crisi e trarre beneficio da un voto di protesta alla ricerca di un segnale forte. Una cosa è certa: non si fermerà qui. A prescindere da quello che accadrà il 6 maggio, il vincitore dovrà tenerne conto.

Un’altra campagna

François Hollande, in testa al primo turno, è stato l’altro candidato a trarre vantaggio dal voto di protesta contro Sarkozy. Il riflesso del “voto utile” ha funzionato, a spese del leader del Front de Gauche, ma anche di François Bayrou. Tuttavia non siamo di fronte a un vero rilancio del socialismo francese: le sinistre escono rafforzate dal voto espresso al primo turno, ma non sono ancora certe di ottenere la vittoria.

Lunedì, diceva domenica sera Nicolas Sarkozy, avrà inizio un’altra campagna. Per il secondo turno i due candidati dovranno cercare di convincere i francesi affascinati dai discorsi di protesta, in particolare  da Marine Le Pen. E il modo migliore per farlo non sarà di farli propri, ma di trovare concrete risposte per alle preoccupazioni – o per meglio dire alla collera – dei loro elettori.

 
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Pubblicato da su 24 aprile 2012 in ESTERI

 

Cina, la lunga marcia dello yuan

 

La Cina ha ampliato sabato la banda di oscillazione dello yuan/renminbi rispetto al dollaro. Prima era dello 0,5 per cento, ora dell’1, un aumento superiore a quanto si prevedeva (0,7 per cento), commentato in lungo e in largo dagli analisti internazionali durante il week-end.
Colpisce soprattutto che la misura arrivi subito dopo la diffusione dei dati sul rallentamento dell’economia cinese. La circostanza è stata interpretata come una mossa più politica che economica: le autorità di Pechino vogliono “rassicurare” il mondo a proposito della propria velocità di reazione, ci dicono che il rallentamento dell’economia fa parte di una più generale riconversione in cui tutto è previsto, tutto è sotto controllo. E non è escluso che così sia, almeno in parte.

Le autorità economiche globali plaudono alla scelta cinese, a partire da Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, secondo cui la nuova banda d’oscillazione “sottolinea l’impegno della Cina per riequilibrare la sua economia verso il consumo interno e permettere alle forze di mercato di svolgere un ruolo maggiore nel determinare il livello del tasso di cambio”. Il dipartimento del Tesoro Usa si allinea, ma ricorda che la novità non è sufficiente a colmare il vantaggio competitivo che la Cina si procurerebbe mantenendo il valore dello yuan artificialmente basso: schermaglie.

C’è però chi legge tra le righe della scelta cinese una mossa machiavellica. Gli analisti della Deutsche Bank di Hong Kong, per esempio, ritengono che “in un periodo in cui Pechino sta restringendo le limitazioni all’accesso di capitali esteri e sta dando maggiore impulso allo sviluppo dell’industria finanziaria, una banda di oscillazione più ampia serve come deterrente contro i flussi di capitali speculativi”.
Traduciamo. Lo yuan commercializzato sui mercati offshore, a differenza di quello in Patria, subisce attacchi speculativi. Più il limite di oscillazione è basso e più la speculazione internazionale si accanisce su quel limite, cercando di forzarlo. Se vogliamo metterla sul piano evocativo, è come se la Cina avesse dato alla propria moneta più spazio per indietreggiare di fronte a una carica nemica. Una mossa da “Arte della guerra” di Sun Tzu, proprio nel momento in cui, rendendo più facile l’investimento finanziario straniero oltre Muraglia, Pechino rischia di attirarsi la speculazione in casa.

Un’altra ipotesi è che la Cina stia paradossalmente scommettendo contro la propria valuta. A Zhongnanhai e dintorni qualcuno potrebbe prevedere che in futuro il valore dello yuan calerà invece di salire. Se, grazie a una banda di oscillazione più ampia, potesse scendere di più di quanto faccia finora, l’export cinese ne beneficerebbe ulteriormente.

Infine ci sarebbe una valutazione strategica di più ampio respiro. Proprio nel momento in cui le borse occidentali si rivelano volatili e insicure, la Cina cercherebbe di attirare capitali stranieri rendendo la propria moneta più allineata agli andamenti di mercato. “Fino a qualche anno fa – spiega Niccolò Mancini, broker di Piazza Affari e collaboratore di E-il mensile – il renminbi era pressoché sconosciuto sui mercati finanziari; oggi, qualsiasi operatore offre gestioni in renminbi, ma non solo: anche veri e propri prodotti confezionati attorno alla moneta cinese”.

La mossa di Pechino è più interessante se vista in prospettiva, dunque, che nell’immediato. La sensazione è che la Cina percorra una strategia molto pragmatica e al tempo stesso visionaria: da un lato, non vuole attirare speculazione finanziaria in casa propria e quindi lascia oscillare, ma continua a controllare “politicamente”, la propria moneta. Dall’altro, vuole gradualmente affiancare il renminbi a dollaro ed euro come valuta universale di scambio e di riserva e quindi lo rende più appetibile sui mercati.
È la “lunga marcia dello yuan”, un’immagine che riprende oggi anche il Financial Times.

Gabriele Battaglia

tratto da http://www.eilmensile.it

17 aprile 2012

 
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Pubblicato da su 18 aprile 2012 in ESTERI

 

Il futuro è dei pirati

 

 

Berlino, 27 settembre 2009. Un sostenitore del Partito pirata dopo la proclamazione dei risultati delle elezioni

Berlino, 27 settembre 2009. Un sostenitore del Partito pirata dopo la proclamazione dei risultati delle elezioni

AFP

Secondo i sondaggi il Partito pirata è ormai la terza forza della politica tedesca. Quello che sembrava un innocuo fenomeno passeggero potrebbe rivelarsi l’avanguardia di un nuovo modello rappresentativo.

É ancora troppo presto per dire se il Partito pirata sarà mai qualcosa di più che  un fenomeno passeggero nella storia della democrazia europea. Nondimeno, se non soccomberà ai suoi errori di gioventù, avrà buone possibilità di trasformare la democrazia del XXI secolo, digerire la fine dell’era della crescita e diventare  il primo partito veramente europeo.

L’idea di rappresentare il popolo attraverso organizzazioni dette “di massa” è vecchia e obsoleta quanto l’era industriale. Di fronte alla delocalizzazione delle loro strutture un tempo molto “quadrate”, l’industria della musica e del turismo sono in piena tempesta, e il sistema politico andrà incontro al medesimo destino. I software di partecipazione cittadina come il Liquid feedback del Partito pirata sono capaci di dissolvere molto efficacemente un’organizzazione politica apparsa nell’epoca remota della “democrazia minima” (Paul Nolte).

La fine della separazione tra produttori e consumatori si allargherà ben presto alla sfera politica. Molti di coloro che fino a quel momento erano considerati esperti politici non vedranno in questo fenomeno che livellamento verso il basso e dilettantismo politico. Ma forse sarà proprio quella la nostra migliore occasione per superare il cataclisma economico che ci attende, per mezzo di una democrazia autenticamente efficace.

Se è vero che i regimi politici occidentali sanno gestire abbastanza bene la società in tempi di crescita economica, incontrano molte difficoltà quando si tratta di porre rimedio a un crollo prolungato del pil. I disordini in Grecia o gli scioperi in Spagna offrono uno spaccato di ciò che accade quando, dopo anni di austerity e tagli al bilancio, ancora non si vede alcuna luce in fondo al tunnel.

In questa “epoca del meno” (Age of Less, David Bosshart) non torneremo più al vecchio modello economico di crescita e dovremo pertanto creare un nuovo modello politico. Se resterà democratico, a tale modello si dovrà abbinare una maggiore trasparenza e una partecipazione dei cittadini più forte rispetto a quella che i nostri partiti – non soltanto in Germania, ma nell’insieme dell’Europa – hanno intenzione di  concedere loro.

La trasparenza e la partecipazione dei cittadini sono il mezzo migliore per far uscire la moneta comune e l’Unione europea stessa dall’impasse  della quale  sono prigioniere. Per la democrazia si tratta dunque di trovare un mezzo per superare il prevedibile fallimento dei tecnocrati. La soluzione non verrà dai Pirati: loro, però,  ci indicheranno la strada da seguire.

La gioventù – oggi di fatto esclusa ed emarginata – potrebbe così essere integrata alla società e coinvolta nel processo decisionale su scala europea. Un po’ ovunque, o quasi, la crisi economica è culminata con una recrudescenza particolarmente forte della disoccupazione giovanile – con picchi di oltre il 50 per cento in Grecia e in Spagna. I loro genitori, appartenenti alla generazione dei baby-boomer, si aggrappano ai loro posti di lavoro e ai loro privilegi, lasciando ai  figli soltanto la strada. Sono proprio loro, i giovani, il nucleo al quale si rivolge il Partito pirata.

Valvola di sfogo

Questa “generazione perduta” ha già tentato di ribellarsi una prima volta nel 2011. Tutto ha avuto inizio con i sit-in degli indignados in Spagna e poco alla volta il fenomeno si è allargato a tutto il continente con il movimento Occupy. I suoi appartenenti erano uniti da un sentimento comune di viva protesta, dalla quale, tuttavia, non è uscito alcun chiaro obbiettivo.

Senza la possibilità di trovare un’eco nel processo politico, questo sentimento è destinato a rafforzarsi e finirà con l’esplodere in azioni controproducenti. Per integrare questo movimento nel sistema politico, bisognava inventare qualcosa: proprio come il Partito pirata. Ma, forse, esisteva già.

I Pirati hanno due anni – fino alle elezioni europee della primavera del 2014 – per farsi strada su scala europea. Avranno dunque il tempo di dotarsi di una struttura internazionale adeguata. Quelle elezioni saranno allo stesso tempo abbastanza importanti perché il loro ingresso in scena faccia rumore e abbastanza insignificanti perché numerosi elettori siano tentati di votare in modo diverso, tanto per cambiare.

Finora le elezioni europee erano una sorta di pre-esame per i nuovi partiti che volevano affermarsi sul piano nazionale. Nel 2014, per la prima volta, può darsi che vedano affermarsi un nuovo partito europeo.

Traduzione di Anna Bissanti

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2012 in ESTERI

 

Un anno senza Vik

 

 

Non ci sono spiegazioni per un assassinio che ha sottratto Vittorio Arrigoni alla sua famiglia, ai palestinesi e agli italiani, scrive la cooperante italiana Meri Calvelli da Gaza per il sito Nena News

vittorio_arrigoni_3Gaza, 11 aprile 2012, Nena News – Un anno è passato veloce, un anno senza Vittorio che qui nella Striscia di Gaza si è sentito molto ed è stato molto triste. Un anno a chiederci perchè sia successo, un anno senza nessuna giusta risposta. Nessuno infatti può dare questa risposta – nemmeno un tribunale militare che si dice rispettoso delle leggi e delle procedure – perchè nessuno ci potrà mai più dare indietro Vittorio o Viktor o Vik, come usavano chiamarlo in molti qui nella Striscia.
I manifesti, le immagini le foto la sua chiara faccia che affronta l’ingiustizia “Restando Umani”, campeggia ovunque; nelle strade, nei negozi, nelle case e nelle associazioni a lui titolate per ricordarlo e averlo sempre presente. Non un eroe, ma un umano tra gli umani capace di rendere conosciuta la assurda realtà di Gaza e dei suoi abitanti.

La striscia di Gaza, una piccola zona lungo la costa del Mediterraneo tra l’Egitto ed Israele, lunga 40km e larga 10km, in cui vivono più di 1,4 milioni di palestinesi; uno dei posti con tra la maggiore percentuale di densità di popolazione al mondo, una prigione con sopra il cielo pronto a piovere bombe su tutti. Il potente esercito israeliano detiene il controllo dei confini, dello spazio aereo e del mare. La comunità internazionale ne detiene i giochi politici, i governi locali ne regolano i ritmi e le menti, i muri dividono gli umani dal resto dell’umanità.
Quando hanno uccisoVittorio, quel maledetto 15 aprile 2011, nessuno di noi poteva crederci. Vittorio ammazzato a Gaza per mano di “fratelli” che fino a poche ore prima aveva pensato di aiutare per evitargli l’isolamento quotidiano e ilbombardamento continuo che sono costretti a subire. Lo hanno fatto fuori nel peggiore dei modi, in fretta e furia, senza pieta’ e conoscenza. Il virus, che li ha attaccati, non gli ha dato la possibilita’ di ragionare sul grande errore e orrore che stavano commettendo. Vittorio era arrivato a Gaza con la prima imbarcazione di fortuna (la Free Gaza Movement) che era riuscita a rompere l’assedio via mare, nel 2008, quando, a 2 anni dalla vittoria di Hamas, la striscia era stata sigillata al mondo “civile”. Il conflitto in quell’area non puo’ essere considerato un “modo di vedere” o “di pensare”, non e’ un ideologia da sostenere o da combattere. Non e’ una guerra, perche’ e’ combattuta ad armi impari; occupazione, espropriazione di terre, muri alti di divisione, barriere e fili spinati, embargo sui medicinali, divieto di movimento ad ogni individuo, sano o malato. Questa disumanità non può essereconsiderata o catalogata come “sostenere una ideologia”
Questa è la rappresentazione del potere, della violenza più assurda e disumana, la fine del diritto umano, la negazione delle identità. E’ la crescita di individui non sani il cui futuro e’ infilato in un tunnel nero, come quello che devono usare per avere il cibo quotidiano. E’ l’inizio di una catastrofe senza fine, di un tragedia senza precedenti.

Vittorio ha trascorso qui gli ultimi anni della sua vita, compresi quelli, che hanno visto Gaza devastata dall’operazione militare “Piombo Fuso”, dove per 23 giorni le bombe di Israele cadevano fitte sulla testa di 1 milione e mezzo di anime. 1500 i morti, di cui 800 tra donne e bambini, 5000 i feriti di cui oltre 2000 permanenti. In pochi, hanno potuto vedere, aiutare e informare sul delirio che stava accadendo nell’Inferno di Gaza, e le denunce di Vittorio ci sono arrivate dritte al cuore per capire che nel mondo non c’e’ affatto giustizia e umanita’. “Restiamo Umani”, era solito concludere ogni sua corrispondenza e pensiero in merito a quell’inferno ma nessuna umanita’ gli e’ ritornata indietro prima di morire.

Nella sua permanenza a Gaza, cosi come succede a molti di noi che ci vivono e lavorano, la gente comune si sente in dovere di adottarti, di creare intorno a te la famiglia e gli amici che hai lasciato per venire a vivere, anche se da “ajnaby” “straniero”, in quel contesto diffcile. Vittorio, che usava vivere con i pescatori e gli agricoltori, che piu’ frequentemente sono sotto gli attacchi punitivi di Israele per le loro attivita’ “terroristiche” di pesca e di agricoltura di sopravvivenza, era stato adottato da questi e ci viveva a stretto contatto quotidiano. Si univa a loro per andare a recuperare il raccolto, sia via mare che via terra, indossava il suo giacchetto giallo fosforescente, nella speranza che l’esercito israeliano risparmiasse qualche bomba o proiettile diretto sulla popolazione.
Urlava forte per farsi sentire dall’altra parte della Buffer-Zone o tra le onde del mediterraneo entro le 3 miglia consentite, affinche’ non aprissero il fuoco sui civili; avveniva sempre il contrario, le pallottole non si risparmiavano. Solo la fortuna volle che mai venisse colpito mortalmente in quelle occasioni. Durante “Piombo fuso” mentre le palline di fosforo bianco rimbalzavano sui corpi della gente, Vittorio con gli amici medici e infermieri si infilava sulle ambulanze per andare a raccattare i corpi bruciati che non riuscivano a spegnersi. Questo e’ quello che faceva, questo e’ quello che le mani assassine e la testa balorda di alcuni (salafiti o chi per loro) hanno fermato, inspiegabilmente, senza senso.

Per Vittorio riuscire a rompere l’assedio su quella striscia e su quella popolazione sfortunata, era una questione di principio di libertà, lo è cosi per tutti noi, credo, e quello che fa più paura “non è la violenza dei cattivi e dei bastardi ma l’indifferenza degli onesti e dei ben pensanti”. Non e’ stato il primo, non sara’ l’ultimo, la solidarieta’ alla popolazione civile di Palestina sara’ sempre attiva; la lotta per garantire i diritti umani anche a chi umano non lo e’, non si puo’ negare. Hanno fatto un martire ma i sogni e l’utopia non si possono cancellare; una nuova generazione si sta preparando a superare questa fase, per essere capaci di vedere e di capire come agiscono gli “umani”. Una generazione che prenderà in mano quella che anche tu, Vittorio, chiamavi resistenza umana contro l’oppressione. In questi giorni a Gaza, insieme a molte città italiane e nel mondo ricorderemo Vittorio, sempre vivo nel nostro agire, senza bandiere, come voleva lui ma come un Vincitore come è scritto nel suo nome.

Meri Calvelli

tratto da Nena-News

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2012 in ESTERI

 

Marte e Venere, dieci anni dopo

L’UE e il mondo
Idee

11 aprile 2012
El País Madrid

Gli americani sono figli del dio della guerra, gli europei di quella dell’amore, scriveva Robert Kagan nel 2002. Ma dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan e la crisi del modello europeo le cose sono cambiate.
José Ignacio Torreblanca

È arrivato il momento di ammettere che siamo diversi, scriveva dieci anni fa Robert Kagan scatenando una polemica infuocata. Gli americani, scriveva Kagan nel suo articolo (“Power and Weakness”, Policy Review 113/ 2002), venerano Marte, dio della guerra, mentre gli europei sono devoti a Venere, dea dell’amore. Gli americani, proseguiva Kagan, vivono in un mondo hobbesiano basato sull’uso della forza. Gli europei invece vivono – o sostengono di vivere – in un mondo kantiano, governato dal diritto e dalle istituzioni.

E così, mentre gli europei fanno di tutto per liberarsi del potere e della forza, gli americani li utilizzano come strumenti per modellare il mondo a loro immagine e somiglianza. Finita la Guerra fredda, proseguiva Kagan, gli europei si preparavano a vivere in armonia e felicità. Ma l’11 settembre ha dimostrato che il mondo non era cambiato, almeno non nel senso in cui credevano gli europei. Gli abitanti del vecchio continente, però, a quel punto hanno deciso di negare la realtà anziché accettarla.

L’articolo di Kagan è poi sfociato in un libro omonimo, dando luogo a fiumi di inchiostro e critiche. Oggi, dieci anni dopo, la rivista che pubblicò per prima l’articolo (Policy Review) ci propone un’interessante retrospettiva a opera dello stesso Kagan (“A comment on context”, Policy Review 172/ 2012) e un interessantissimo articolo di Robert Cooper (Hubris and False Hopes), uno degli architetti intellettuali della politica estera europea.

Kagan ci racconta varie cose che non sapevamo e che ci aiutano a comprendere meglio il suo articolo. Innanzitutto ci ricorda che il testo è stato concepito prima dell’11 settembre e della guerra in Iraq, e che in nessun modo voleva fornire una giustificazione della guerra e delle politiche di Bush. Le differenze tra Europa e Stati Uniti, aggiunge oggi Kagan, sono strutturali, ed erano ben visibili anche all’epoca di Clinton. L’amministrazione Bush le ha soltanto aggravate.

Kagan precisa che mentre scriveva l’articolo il suo riferimento principale era un europeo: Robert Cooper, il diplomatico britannico che per un decennio è stato consigliere di Javier Solana ed è stato anch’egli autore di un testo polemico (“Lo Stato postmoderno”, 2002) in cui sosteneva la necessita di “un nuovo interventismo liberale”.

Secondo Cooper le democrazie europee dovevano superare le proprie paure e intervenire militarmente all’estero per difendere i valori della democrazia liberale. Il mondo esterno, spiegava Cooper, non era popolato soltanto da entità postmoderne come l’Ue, ma anche da stati classici che si basavano su parametri come la forza e il potere.
Il terzo gode

Il fatto che la critica di Kagan all’atteggiamento degli europei nei confronti dell’uso della forza fosse condiviso da qualcuno che nel vecchio continente è particolarmente interessante, perché smentisce il carattere permanente e inconciliabile delle supposte differenze tra europei e americani.

Ancora più interessante è l’articolo scritto da Cooper dieci anni dopo a proposito della “contrapposizione” tra Marte e Venere. Secondo Cooper, dopo gli errori in Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti sono vittima della “debolezza del potere”: la loro enorme forza militare è servita a poco, e Washington ha dovuto imparare una dura lezione di umiltà. Oggi gli Stati Uniti sanno che bisogna affidarsi non soltanto alla forza ma anche alla politica, alla legittimità, alla costruzione dello stato e al diritto.

Nel frattempo, sull’altra sponda dell’Atlantico anche il mondo kantiano e postmoderno in cui gli europei credevano di vivere scricchiola. I due schieramenti, insomma, sono diventati più umili. Venere e Marte hanno pareggiato mentre la Cina avanza minacciosa?

Traduzione di Andrea Sparacino

 
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Pubblicato da su 12 aprile 2012 in ESTERI

 
 
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