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Off the report – Venezia, il porto di Imperia e le radiazioni di Radio Vaticana.

 

Saranno giovani, ma si sono dimostrati estremamente determinati i video giornalisti di “Off the report” (qui il video integrale) Claudia Di Pasquale con l’inchiesta sulla salute della Laguna di Venezia e sui controlli sui lavori del Mose, la grande opera in difesa della città dei Dogi, opera finanziata con svariati miliardi di euro da tutti i governo, forse non tutti spesi nel modo migliore (e poi si dice che con la cultura non si mangia) .
Antonino Monteleone con il porto di Imperia, a Scajoland: un’opera rimasta congelata dopo l’intervento della magistratura e l’arresto del costruttore Caltagirone.
Giuseppe Laganà e le onde di Radio Vaticana: onde sacre evidentemente, visto che nonostante le segnalazioni dei cittadini, qualche perizia allarmante sugli effetti nocivi sulle persone, le antenne continuano a trasmettere. Piero Riccardi si è infine occupato dello smaltimento di Eternit.
Mercanti di Venezia (video): è proprio necessario l’inchino a San Marco, da parte delle grandi navi di crociera cui viene permesso di entrare in laguna (dal 1997 il traffico in Laguna è aumentato del 500%)? Per il momento le proteste dei cittadini sono servite a poco: solo il naufragio della Costa Concordia all’isola del Giglio ha portato qualche reazione. Il decreto Passera Clini che impedisce alle“grandi navi” l’ingresso nei porti, ma non vale guarda caso per Venezia e in ogni caso se non esistono alternative all’attracco in Giudecca.
Dunque pare che gli interessi delle società di crociera prevalgano sulla conservazione dell’ecosistema (patrimonio dell’umanità) e dei canali e dei palazzi di Venezia (il moto ondoso li rovina).
Il ministro Clini non ha sicurezze e parla della costruzione di un altro canale per l’attracco delle navi: ma è un rimedio peggiore del male, visto che potrebbe succedere quanto già visto per il “canale petroli”, scavato nei ’60 e che ha provocato molti disastri all’ambiente.
La verità è che a Venezia si dovrebbe entrare solo con la barchetta e basta.
Anche perché, mentre i soldi per il Mose arrivano puntuali dal Cipe (fino ad oggi 11 miliardi), i soldi per la manutenzione dei canali non ci sono. Il comune non ha ricevuto nulla nel 2011 per sistemare le fogne.
In fondo noi siamo il paese che con la cultura non ci mangia (ma con i soldi della cultura sì): quelli dei commissari a Pompei e dei crolli, della discarica vicino Villa Adriana, dei ministeri al nord a Villa Reale , abbandonata per il resto ….
A Venezia si spenderanno 300000 euro per la manutenzione del ponte diCalatrava (complimenti al progettista e al comune), ha un debito di 400 mila euro e con le partecipate il debito è di 1 miliardo e passa.
E per fare cassa deve vendere i suoi gioielli (sempre per la serie che con la cultura …): il Fondaco dei Tedeschi ai Benetton, che in deroga ci costruiranno un bel centro commerciale (ma “è interesse pubblico” assicura il sindaco dicentrosinistra Orsoni).
Il Casinò finirà in mano straniere.
Palazzo Pilsen è stavo venduto a 26 ml di euro ad una società del gruppo Coin(quando in passato lo stesso comune ha rifiutato la vendita per 35 ml ad una società immobiliare).
La giornalista chiedeva al sindaco se questo avesse a che fare con la sua passata esperienza lavorativa, come presidente della finanziaria del gruppo Coin. Ma figurati se c’è qualche legame … siamo in Italia .
Il lido di Venezia e l’ex ospedale del mare: al posto di un ospedale una bella speculazione per costruire strutture residenziali di lusso. Al posto del nuovo palazzo del cinema, un bel buco pieno di amianto, che costerà al comune (cioè al pubblico) almeno 38 milioni di euro per la bonifica.
Il privato si chiama Ex Capital e ha acquistato dal pubblico quei terreni, ottiene una concessione in esclusiva per parte della spiaggia del lido. A capo di questa società un ex assessore del comune, Mossetto (“sono cose che possono far sorridere”, sempre il sindaco).
Ma chi difende gli interessi del pubblico? È lecito chiedersi se la gestione del patrimonio di Venezia sia in buone mani?
Il Mose (Report ne aveva già parlato in “Lavori sfiniti”): costruito dal consorzio Venezia Nuova, dovrà completare (quando?) un’opera che costerà al pubblico 5,7 miliardi (su una stima iniziale poco superiore al miliardo).
Dentro questo consorzio diverse società, tra cui la Mantovani.
La giornalista ha chiesto conto al ministro Passera di come sono spesi i soldi per il Mose: speriamo almeno che si sia registrato la puntata.
A controllare i lavori c’è il magistrato delle acque: fino al 2008 presidente di questo ente era Maria Piva, che sostiene di aver perso il suo lavoro proprio per il Mose e per le “cerniere” dell’opera.
Cerniere che l’azienda costruttrice ha modificato, passando dal sistema per fusione, a quello delle lamiere saldate.
C’è qualcuno, dentro il comitato dell’opera, che sostiene che così si rischia il “grippaggio” del dado (e altre criticità), insomma il Mose così non sarebbe sicuro.
Di diverso avviso sia il Consorzio che il magistrato che ha sostituito la Piva, Cuccioletta: “le prove sono state perfette”.
Forse non è un caso che la FIP, società del gruppo Mantovani è specializzata in saldarture: saldature che, rispetto al progetto originale, costeranno un 38% in più.
C’è anche in questo caso una situazione da conflitto di interessi? Dove controllato e controllore coincidono?
Secondo alcune voci, riportate dalla giornalista, sembrerebbe di si: Thetis, che lavora per il Consorzio Venezia Nuova è amministrata dalla signora Brotto (oltre a essere vicedirettore del Consorzio e amministratore di Thetis è anche il direttore dei lavori del Mose), il marito fa lavori di consulenza per il consorzio stesso, perThetis lavorano la figlia di Cuccioletta. Ma è tutto normale, assicurano da Venezia.
E intanto i soldi continuano ad arrivare per questa grande opera, ma non per Venezia.
Porto Imperia: il “porto franco” (video).
Dopol’arresto del costruttore Caltagirone a marzo, i lavori per il nuovo porto di Imperia si sono fermati: gli uffici di Acqua Marcia sono ora abbandonati, come i cantieri. Chi ha investito i soldi per un posto per la sua barchetta, rischia ora di perderli.
Si parla di una truffa ai danni del comune, di costi gonfiati da Caltagirone: la stima iniziale dei lavori era di 114 milioni ed è arrivata a 148 ml.
Roberto Boni, della commissione di Vigilanza, ha segnalato queste anomalie sia alla regione che alla procura, che ha aperto una sua indagine su come è stata commissionato l’appalto alla società di Caltagirone.
Che, avrebbe potuto sfruttare il 70% delle opere realizzate, col meccanismo della permuta in cambio dei costi di costruzione.
Antonino Monteleone ha sentito l’x d.g. di Porto Imperia Spa (la società al 30% pubblica che avrebbe dovuto costruire il porto) : uomo di Scajola (ma non gli piace sentirselo dire) avrebbe consegnato alla commissione della documentazione finanziaria non affidabile (ma tanto pensava fosse una società non pubblica, come se cambiasse qualcosa ..).
Gonfiando i costi, Acqua marcia avrebbe potuto prendersi una fetta maggiore delle opere, almeno questo è quello che ho capito.
Chi ha portato Caltagirone a Imperia?: Scajola ha negato, di fronte al giornalista, di averlo portato lui. Caltagirone si sarebbe interessato a questo porto per motivi sentimentali (ovvero per interesse di sua moglie). Ma è indiscutibile che il porto della sua cittàè sempre stato un sogno dell’ex ministro che ra si dice“triste e dispiaciuto per quello che è successo”.
Forse era sbagliato voler fare il porto a qualunque costo e senza fare una gara d’appalto (cosa che nel pubblico dovrebbe essere vietata e basta).
Monteleone ha poi sentito gli altri uomini di Scajola (sempre a sentire le voci): l’ex sindaco Nappa oggi a capo della provincia nonché consigliere dell’ente Isvap. Carlo Conti di Porto Imperia spa, Rodolfo Leone di Invitalia.
Ma c’è qualcuno che si è opposto a quest’opera e ci ha pure rimesso il posto (oggi il comune è commissariato dal prefetto Marchione): è il caso dell’ex sindaco PDLStrascino, che per questa sua scelta ha raccolto anche i plausi di elettori del centrosinistra.
Caso analogo a quello di Imperia è quello del porto di Fiumicino, il porto di Roma.
L’azienda che costruisce è Italia navigando, costruisce Caltagirone (senza gara) secondo lo schema dell’affare in permuta.
Anche qui i lavori sono fermi perchè non sono stati pagati i subappaltatori (una best practice, quella di ricorrere a tanti livelli di appaltatori e subappaltatori ..).
Il 30 maggio inizierà il processo ad Imperia e vedremo poi come andrà a finire.
Le “onde sacre” di radio vaticana (video).
Ci sono persone che non riuscivano a sentire nulla, nonostante le protesi alle orecchie. Ci sono macchine, con le centraline vecchie, che si bloccano per strada. Ci sono persone che sentono i rumori e le voci dai citofoni e dagli oggetti.
Che tutto questo sia collegato alle 33 antenne di radio vaticana non è certo: ma di fronte alle malattie e ai bambini morti, è obbligo per il pubblico mettere un punto fisso a questa storia delle onde della radio.
L’ex ministro Bordon ci aveva provato, a farle smettere, ma si è trovato solo.
Non solo, dopo quanto stabilito dalla Commissione bilaterale col Vaticano, l’Italia ha speso 3,6 milioni come contributi per ridurre queste emissioni.
La Cassazione ha riconosciuto che i disturbi e le molestie sono stati perpetrati fino al 2000. Il reato però è prescritto, ma nel 2003 la Procura ha riaperto il caso, per il reato di omicidio colposo; esiste una relazione (relazione Micheli) che parla di rischio morte 6 volte superiore a chi è esposto.
Esiste uno studio (del dottor Michelozzi) che si è occupato delle leucemie nell’aria vicino alla stazione: ma a questo si è opposto uno studio del dottor Veronesi, quello che oggi studia il cancro.
Ma forse, sarebbe meglio prevernirlo, o sbaglio?
Da che parte sta lo Stato: da quella dei cittadini del XX municipio (che continuano a portare le cartelle cliniche in Procura) o da quelle di R.V.?
Da unoenessuno.blogspot.it

 
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Pubblicato da su 28 maggio 2012 in SPAZIO CRITICO

 

“Io non ho paura”: il 26 maggio in piazza a Brindisi per la legalità.

 

“Colpire la scuola vuol dire colpire il futuro di un paese, la speranza di costruirne uno migliore”.

Sabato 19 maggio una bomba fatta esplodere davanti ad una scuola di Brindisi ha ucciso una ragazza di 16 anni e ferito gravemente altri studenti. Ad una settimana da questo terribile episodio, domani, 26 maggio, gli studenti brindisini scenderanno in piazza, insieme ai loro compagni di tutta Italia, per una manifestazione nazionale al grido di “Io non ho paura – Pretendiamo verità. Difendiamo la scuola. Lottiamo per il futuro”.

“È ora di trasformare lepaure in speranza: lavoro, sostegno alle famiglie, democrazia”. Queste le parole di don Luigi Ciotti, presidente di Libera, dal palco di Piazza Vittoria a Brindisi, nel giorno del tragico attentato all’IPSSS “Francesca Laura Morvillo Falcone”.

L’appello è stato accolto dagli studenti brindisini, che sabato 26 maggio scenderanno in piazza, assieme ai loro compagni di tutta Italia, per una manifestazione nazionale al grido di “Io non ho paura – Pretendiamo verità. Difendiamo la scuola. Lottiamo per il futuro. Alla manifestazione aderiscono Libera, Cgil, Arci, Carovana Antimafie e Rete della Conoscenza”.

Di seguito il testo integrale dell’appello:

“Non si può morire entrando a scuola. Queste parole continuano a rimbalzare nella testa di ciascuno di noi nelle ultime ore.

Finora nessuno si era mai permesso di toccare la scuola in questo modo, con un atto che oltre ad essere assassino e criminale è vigliacco e vergognoso.

Colpire la scuola vuol dire colpire il futuro di un paese, la speranza di costruirne uno migliore.

Colpire la scuola vuol dire colpire la democrazia, soprattutto in un territorio come il nostro, in cui da anni lottiamo contro le Mafie e ci scontriamo contro l’assenza di lavoro, in un territorio in piena crisi ambientale. Le scuole, soprattutto nella nostra terra, rappresentano uno dei pochi luoghi collettivi e di partecipazione.

Hanno spezzato i sogni di Melissa ma non spezzeranno mai i nostri. I sogni di Melissa diventeranno anche nostri.

In questi giorni in tutta Italia si è parlato di Brindisi e delle nostre scuole, degli studenti brindisini e della paura di tornare a scuola, dopo il 19 maggio. La paura non può essere una risposta alla morte di Melissa, la paura non può essere uno strumento di controllo di un territorio e di un paese stesso.

Non si può parlare di Brindisi solo quando scoppiano le bombe. Dobbiamo scendere in piazza non solo per semplice solidarietà, ma perché tutta l’Italia non deve dimenticare quello che è successo, che vive dentro un contesto sociale caratterizzato da una cultura violenta e individualista, dall’assenza di politiche di tutela del territorio, dai tagli alla scuola, dalla precarietà dilagante che attanaglia le vite e il futuro della nostra generazione.

La partecipazione, la democrazia e la richiesta di giustizia sono la risposta ad un atto così grave che ha sconvolto il nostro territorio e tutta l’Italia.

Per questi motivi a una settimana dall’attentato chiediamo a tutti gli studenti di scendere in piazza a Brindisi, per stare accanto ai giovani brindisini e per affermare con determinazione che c’è bisogno oggi più di ieri di creare un fronte sociale forte che combatta la violenza scellerata, di qualunque sia, con la speranza, la solidarietà e la giustizia e ci aiuti a ricostruire una cultura radicata di legalità e democrazia.

Pretendiamo Verità, Difendiamo la Scuola, Lottiamo per il Futuro.

Ritrovo ore 14:00 presso via Togliatti, altezza Tribunale.

Le studentesse e gli studenti dell’Istituto Morvillo di Brindisi (le rappresentanti Francesca D’Agnano e Vanessa Lapenna); Martina Carpani (Consulta provinciale di Brindisi); Francesca Rossi (Coordinatrice UDS Brindisi)

Raccolgono l’appello e ne sono promotrici a livello nazionale le associazioni Libera – Rete della Conoscenza – CGIL – Arci – Carovana Antimafie

Per aderire: 26maggiobrindisi@gmail.com”.

Da ilcambiamento.it

 
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Pubblicato da su 25 maggio 2012 in MÌCHELLE ÀNEA

 

LE PAROLE PER DIRLO – Alessandro Robecchi

 

Falcone,Morvillo, scuola, ragazzi,mattina, cassonetto, bomba, bombe, schegge, sangue, sirene, sangue, prof, genitori, bidelli, ospedale, mafia, Italia, allarme, orrore, paura, retorica, sangue, notizie, altre notizie, accertamenti, autorità,Melissa, 16 anni. Eversione, terrorismo, sangue, emergenza, Stato, mafia, ricatto, spavento, orrore. Piazza Fontana, piazza della Loggia, Italicus, Ustica, Capaci, Genova 2001, Brindisi. Il Paese si rinnova. Cordoglio, lacrime, dichiarazioni,ministri. Crisi, tangenti e bombe ieri. Crisi, tangenti e bombe oggi. Lamadre di tutte le preoccupazioni, il rischio eversione, l’allarme sociale, nuovi e vecchi classici. Mafia, l’evergreen. Sangue, schegge, bombole del gas, il nostro posto nell’Europa, il nostro posto nella crescita, il nostro posto nel rigore, il nostro posto nella merda. Bombe sangue, scuola, mattina, ragazzi, spavento. La risposta, l’indignazione, un fatto anomalo, un fatto grave, un’enormità, un cadavere. Due cadaveri. No, uno. No, due. Le foto di Facebook, l’archivio dei giovani viventi, l’archivio dei giovani morenti. L’ospedale. Il Sud. Il Nord. I feriti. La legalità, la gente, il raccoglimento, la rabbia. Le autorità, la vigilanza, l’attenzione, l’allarme, l’eversione, gli informali, i servizi, lo Stato, la mafia, le bombole e il cassonetto, i silenzi, le parole. Coi giovani, per i giovani, il futuro dei giovani. Ecco. Le scritte sui muri, il terrore, il terrorismo, i terrorizzati. I titoli, le riflessioni, le prediche, i funerali, le vittime, i parenti delle vittime, le richieste di giustizia, gli appelli, i richiami, i moniti, i severi moniti, gli angosciatimoniti. La calma, il silenzio, le indagini, i verbali, gli anni, i secoli, i millenni, i brandelli di verità, i brandelli di corpi, le schegge, il sangue da capo. Insomma, il Paese su cui si infierisce, inferto, autoinferto, mutilato, povero, licenziato, esodato, ammazzato, stramazzato, suicida, stanco. Tutto questo e ancora e ancora e ancora e di nuovo e di nuovo e di nuovo un’altra volta e un’altra e un’altra volta ancora. In Italia. Qui. Barbarie tanta, socialismo zero. E avanti così. Per sempre.

Di Alessandro Robecchi

da pasquinoweb.wordpress.com

 
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Pubblicato da su 22 maggio 2012 in MÌCHELLE ÀNEA

 

L’(in)utile Grillo – Gli Antennati, Riccardo Bocca

beppe-grilloNon passa giorno, ora, minuto, senza che giornali e televisioni piccole e grandi s’interroghino sulla reale natura del Movimento Cinque Stelle, a sprazzi (mal)trattato come una congrega di insipidi nerd sotto la guida di un comicastro megalomane, in altri momenti ignorato per timore di esaltare un fenomeno che le urne hanno già premiato in abbondanza, e in altre fasi ancora coccolato come potenziale punto di forza per futuri equilibri democratici.

Comunque uno la pensi, mercoledì sera a “Ballarò” i sondaggi del classico Pagnoncelli indicavano che se si andasse a votare in questi giorni, il popolo di Beppe Grillo conquisterebbe un 16,5 per cento di consensi, piazzandosi appena dietro il Pdl (19) e non troppo distante dal Pd (25,2).

Una stima che, per l’ennesima volta, riavvia il tentativo di fotografare i cinquestellini e le psicocaratteristiche del loro leader: un signore che, esattamente come un altro signore ha fatto nel 1994 -sia pure con ben diverso spirito e intenti-  approfitta della metastasi politica per imporre la propria offerta elettorale.

Alla fine di tutti i discorsi, come sempre, le opinioni rimarranno divergenti: da una parte coloro che mal tollerano le sparate del Grillo parlante, e dall’altra chi rimarca l’eccezionalità di una moltitudine sociale che, senza il sostegno di astruse mafioserie, si sta facendo largo nelle amministrazioni locali.

Ciò che sfugge, forse, è che aldilà delle sfuriate pubbliche di Grillo, del vangelo 2.0 del suo blog, e della sua abitudine alla fuga da qualunque confronto dialettico, la forza del movimento sta nella rappresentazione catodica che i cinquestellini danno di loro stessi.

Bastava, per rendersene ancora una volta conto, guardare a “Ballarò” il servizio  realizzato -se ben ricordo- a Nettuno, dove i devoti del dio Beppe raccontavano le loro regole interne: dall’obbligo, per chi vuole arricchire la propria lista con il bollino di qualità Cinque stelle, di non avere condanne a carico, o tessere di partito, o più di un mandato alle spalle, fino al silenzio generale imposto per non essere cannibalizzati dal circo della politica.

Beh, comunicava una strana sensazione, vedere tutti questi uomini e donne che sfoggiano facce e modi condivisibili; anzi non li sfoggiano proprio, ma cancellando decenni di forme e parole inutili inventano una nuova forma di rappresentanza civile.Movimento-Cinque-Stelle

Veniva proprio voglia di entrare dentro lo schermo e dire: ehi!, ci sono anch’io, aspettatemi che corro a dare il mio contributo, la mia goccia nel mare per ripulire le fognature di palazzi piccoli e grandi, nella capitale immorale come nelle tante periferie corrotte.

Solo che poi, in automatico, si riproponeva nel cervello l’icona del solito Beppe Grillo, vociante con generosità e scaltrezza dai palchi e palcoscenici di mezza Italia.

E allora s’affacciava l’orrido sospetto: non è che Grillo, già folgorante motore di questa formazione politica, è a questo punto un limite, e non un valore aggiunto?

Non è, insomma, che la bellezza democratica di chi ha creduto in lui, oltrepassa ormai la figura di un artista che un certo giorno ha avuto un dream, e contro tutto e tutti è riuscito a trasformarlo in realtà?

Questo, con rispetto, usciva l’altra sera dalla televisione. E con questo, prima o poi, l’ex comico dovrà fare i conti.

 
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Pubblicato da su 17 maggio 2012 in MÌCHELLE ÀNEA

 

La resistibile ascesa del dottor De Gennaro


Già capo della polizia, poi del Dipartimento che coordina i servizi segreti, è stato nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nel 2001 era il responsabile dell’ordine pubblico quando al G8 di Genova fu compiuta, secondo Amnesty International, “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”. Un piccolo promemoria sulle ispezioni ignorate, le promozioni dei dirigenti imputati, i processi affrontati.
di Lorenzo Guadagnucci, da altreconomia.it Il dottor Gianni De Gennaro è stato nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nonché capo dell’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. Un doppio ruolo inedito, rilevantissimo.
Del resto il dottor De Gennaro era il capo della polizia quando a Genova, nel 2001, fu compiuta “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente” (parole di Amnesty International). A lui fu inviata, dal dottor Pippo Micalizio, inviato a Genova per un’ispezione interna sul blitz alla scuola Diaz, un rapporto che consigliava di prendere provvedimenti disciplinari per i dirigenti più importanti che parteciparono all’operazione; provvedimenti che non furono presi.
Era il capo della polizia quando venivano rinviati a giudizio quegli stessi dirigenti, poi assolti in primo grado, e nel frattempo passati a ruoli gerarchicamente ancora più importanti. Era invece capo del Dipartimento che coordina i servizi segreti quando quei dirigenti sono stati condannati in appello, senza dimettersi né essere sospesi.
Era il capo della polizia quando ha incontrato nel suo ufficio a Roma l’ex questore di Genova, Francesco Colucci, alla vigilia della deposizione di quest’ultimo al processo Diaz: fu un incontro teso a trovare “la consonanza per l’accertamento della verità”, secondo il dottor De Gennaro, un’induzione alla falsa testimonianza secondo i pm. Colucci è oggi imputato per falsa testimonianza, il dottor De Gennaro è stato assolto in primo grado, condannato in appello, assolto in Cassazione.
Era il capo della polizia e poi il capo del Dipartimento suddetto negli undici anni che sono trascorsi, senza che nessuno abbia avuto la decenza di chiedere scusa per le violazioni delle leggi e dei diritti umani compiute alla Diaz, a Bolzaneto e nelle strade di Genova, violazioni che sono ormai una verità storica.
Possiamo ben dire che il dottor De Gennaro si è meritato il posto di sottosegretario e Autorità delegata per la sicurezza.
(14 maggio 2012)
Da: MicroMega
 
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Pubblicato da su 15 maggio 2012 in MÌCHELLE ÀNEA

 

Inchiesta dello Spiegel: Italia, abusivi dell’euro.

 

Sui documenti riservati di Berlino: L’Italia non aveva i requisiti per entrare nella moneta unica.
Documenti di fonte governativa tedesca appena resi noti rivelano che molti in seno alla Cancelleria di Helmut Kohl nutrivano seri dubbi sulla moneta comune europea quando nel 1998 si prese la decisione di introdurla. Helmut Kohl disse che tutti avrebbero avvertito il “peso della storia”, la decisione di introdurre la moneta unica”. Il 2 maggio 1998, a Bruxelles, Kohl e i suoi colleghi presero una decisione di enorme importanza. Undici Paesi – tra i quali la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Italia – sarebbero entrati a far parte della nuova moneta unica europea.

Il peso della storia A 14 anni di distanza “il peso della storia” si fa sentire più che mai. Per ragioni politiche furono accolti nell’euro Paesi che all’epoca non erano pronti. Il governo tedesco ha messo a disposizione centinaia di documenti che vanno dal 1994 al 1998 e riguardano l’introduzione dell’euro e la decisione di accogliere l’Italia nell’Eurozona. A leggerli si capisce che l’Italia non avrebbe dovuto essere accolta nell’Eurozona. La decisione di accoglierla si fondò esclusivamente su considerazioni politiche. La decisione creò un precedente per un errore più grave due anni dopo: far entrare la Grecia. Ma Kohl preferì dimostrare che la Germania, anche dopo la riunificazione, rimaneva profondamente europeista, definiva la moneta comune “una garanzia di pace”.

Operazione Auto-inganno I documenti dimostrano che Berlino conosceva bene il reale stato dei conti pubblici italiani. L’operazione “auto-inganno” ebbe inizio nel 1991 a Maastricht. I capi di Stato e di governo europei si erano riuniti per prendere la decisione del secolo: l’introduzione dell’euro entro il 1999. Per garantire la stabilità della nuova moneta furono concordati severissimi criteri di accesso. La Commissione europea e l’Istituto monetario europeo avevano compiti di controllo e i leader europei dovevano prendere una decisione definitiva nella primavera del 1998.

L’Italia raggiunse, almeno sulla carta, i parametri alla vigilia della scadenza. Ma esponenti della Cancelleria tedesca a Bonn avevano qualche dubbio. Nel febbraio del 1997, dopo un vertice italo-tedesco, un funzionario osservò che il governo di Roma aveva dichiarato, “con grande sorpresa dei tedeschi”, che il deficit di bilancio era inferiore a quanto indicato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dall’Ocse (Ocse).

Ma poco prima del vertice un funzionario tedesco d’alto grado aveva scritto in un promemoria che secondo le nuove regole per il calcolo degli interessi, la riduzione del deficit italiano era stata dello 0,26 per cento appena. Pochi mesi dopo Jürgen Stark, sottosegretario alle Finanze, riferì che i governi di Italia e Belgio avevano “esercitato pressioni sui governatori delle rispettive Banche centrali violando l’impegno di autonomia degli istituti centrali” per evitare che gli ispettori dell’Ime non affrontassero “con un approccio eccessivamente critico” il tema del debito sovrano dei due Paesi.

I dubbi sui tagli A Maastricht, Kohl e gli altri leader avevano fissato al 60 per cento del Pil il tetto massimo del debito “a meno che il rapporto non evidenzi un sufficiente grado di decremento avvicinandosi rapidamente al valore di riferimento”. Il debito italiano era pari al doppio e tra il 1994 e il 1997 il debito era diminuito di appena tre punti. “Un debito del 120 per cento significava che questo criterio di convergenza non poteva essere soddisfatto – dice Stark oggi – Ma la domanda politicamente rilevante era: possiamo lasciare fuori dall’euro paesi fondatori della Cee?”.

“Fino al 1997 inoltrato noi del ministero delle Finanze non credevamo che l’Italia sarebbe riuscita a soddisfare i criteri di convergenza”, dice Klaus Regling, all’epoca direttore generale delle Relazioni finanziarie e internazionali del ministero delle Finanze. Oggi Regling presiede il Fondo Salva Stati EFSF. Il 3 febbraio 1997, il ministro tedesco delle Finanze osservava che a Roma “erano state completamente tralasciate misure strutturali di taglio della spesa pubblica per evitare ricadute negative sul consenso sociale”. Il 22 aprile in un appunto del portavoce della Cancelleria si affermava che era “quasi impossibile” che “l’Italia potesse soddisfare i parametri”. Il 5 giugno il dipartimento dell’economia della Cancelleria riferiva che le prospettive di crescita dell’Italia erano “modeste” e che i progressi compiuti in materia di consolidamento dei conti pubblici erano “sopravvalutati”.

L’inganno di Kohl I documenti appena resi noti inducono a ritenere che Kohl abbia ingannato sia l’opinione pubblica che la Corte costituzionale tedesca. All’epoca quattro professori si erano rivolti alla Corte costituzionale per impedire l’introduzione dell’euro. La richiesta era “chiaramente infondata”, dichiarò il governo dinanzi alla Corte sostenendo che sarebbe stata giustificata solo nel caso di un “sostanziale scostamento” rispetto ai criteri di Maastricht e che tale scostamento “non c’era né era prevedibile”. Davvero? Dopo un incontro tra il Cancelliere, il ministro delle Finanze Theo Waigel e il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, il direttore della Divisione per l’economia della Cancelleria, Sighart Nehring, osservò verso la metà di marzo del 1998 che “l’elevatissimo debito” dell’Italia poneva “enormi rischi”. Ma il promemoria non ebbe ripercussioni. I funzionari di Bonn affidavano le loro speranze a due uomini che avevano iniziato a rimettere le cose a posto in Italia: il primo ministro Romano Prodi e il suo ascetico ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, già governatore per molti anni della Banca d’Italia. “Senza Ciampi l’Italia non sarebbe mai riuscita ad entrare nell’Eurozona”, dice l’ex ministro delle Finanze Waigel.

Ciampi e Prodi ottennero risultati relativamente positivi rispetto ai loro predecessori. Grazie alle riforme e ai tagli di spesa riuscirono a ridurre il ricorso al credito e ad abbassare il tasso di inflazione. Ma il Paese aveva problemi ben maggiori e il governo ne era consapevole. Infatti gli italiani nel 1997 proposero in due circostanze di rinviare il varo dell’euro. Ma i tedeschi non accettarono. L’ex consigliere di Kohl, Bitterlich, ricorda che i tedeschi avevano affidato a Ciampi le loro speranze: “Tutti lo ritenevano il garante dell’Italia e in un certo senso pensavano che sarebbe riuscito a sistemare le cose”.

Equilibrio creativo È anche chiaro, ovviamente, che Kohl era deciso ad arrivare all’unione monetaria prima delle elezioni del 1998. La sua rielezione era a rischio e il suo sfidante, il socialdemocratico Schroeder, era noto per essere un euroscettico.

Alla fine gli italiani riuscirono a soddisfare, almeno formalmente, i criteri di Maastricht grazie a qualche trucco e ad alcune circostanze fortunate. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse bassissimi e Ciampi si rivelò un creativo giocoliere della finanza pubblica. Introdusse, ad esempio, l’Eurotassa e ideò un intelligente trucco contabile consistente nel vendere le riserve auree del Paese alla Banca centrale tassando i profitti. Il deficit di bilancio di conseguenza diminuì. Anche se in ultima analisi Eurostat non avallò questi stratagemmi, simbolicamente si ebbe la conferma di quello che era il fondamentale problema italiano: il bilancio non era in equilibrio, ma gli effetti speciali avevano prodotto conseguenze positive.

“Ingresso inaccettabile” Questa realtà non sfuggì ai funzionari della Cancelleria. In un promemoria datato 19 gennaio 1998, Bitterlich sottolineava che la riduzione del deficit si fondava essenzialmente sull’Eurotassa e sui tassi di interesse che erano diminuiti molto più che in altri Paesi. Poche settimane dopo, alcuni rappresentanti del governo olandese si misero in contatto con la Cancelleria e chiesero un “incontro riservato”. Il segretario generale del primo ministro olandese e il sottosegretario alle Finanze volevano esercitare pressioni su Roma. “Senza misure aggiuntive da parte dell’Italia tali da dare prova della sostenibilità sul lungo periodo del consolidamento , allo stato attuale l’ingresso dell’Italia nell’Eurozona è inaccettabile”, sostenevano i funzionari olandesi. Kohl, temendo che fallisse il suo più importante progetto dopo la riunificazione, respinse queste obiezioni. Disse agli olandesi che il governo francese lo aveva avvertito che la Francia, in caso di esclusione dell’Italia, si sarebbe ritirata dall’unione monetaria.

La pausa dopo lo sforzo Nella primavera del 1998, Eurostat certificò che gli italiani erano in linea con i criteri in materia di deficit fissati dal Trattato di Maastricht. Ciò significava che “non c’era più ragione di impedire l’ingresso dell’Italia nell’euro”, ricorda Waigel. Dopo che questo ostacolo era stato superato, “gli italiani potevano rivendicare il diritto giuridico di entrare nell’Eurozona fin dall’inizio”, ricorda oggi Regling.

Tre mesi dopo, quando l’Italia si era assicurata l’ingresso nell’euro, il problema venne a galla. Il 10 luglio 1998 l’ambasciatore Kastrup disse ad alcuni funzionari di Bonn che l’Italia era in fase di “stagnazione” e che il governo italiano “si stava prendendo una pausa dopo lo sforzo straordinario fatto per soddisfare i criteri di Maastricht”. La pausa divenne lo status quo.

Di Sven Boll, Christian Reiermann, Michael Sauga e Klaus Wiegrefe da Il Fatto Quotidiano del 13/05/2012.

dk53news.blogspot.it

 
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Pubblicato da su 13 maggio 2012 in ESTERI

 

Giornata mondiale contro Green Hill, a Roma proteste anti vivisezione

Si è svolta la mobilitazione internazionale per ribadire la contrarietà alla vivisezione e chiedere la chiusura definitiva dell’allevamento di cani beagle destinati ai laboratori di sperimentazione animale italiani ed europei

greenhill_INTERNA NUOVA

 

In occasione della Giornata mondiale contro Green Hill e la vivisezione, migliaia di persone si sono ritrovate nelle piazze di oltre venti città italiane e davanti alle nostre ambasciate nel mondo, tra cui Bruxelles, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, per ribadire con forza la contrarietà alla vivisezione e chiedere la chiusura definitiva di Green Hill, l’allevamento di cani beagle destinati ai laboratori di sperimentazione animale italiani ed europei. Gli attivisti hanno rivolto il loro appello in particolare alla XIV Commissione del Senato che a breve dovrà decidere in merito agli emendamenti al testo dell’art. 14 per il recepimento della Direttiva europea sulla sperimentazione animale.

Ieri pomeriggio in piazza della Rotonda a Roma i manifestanti si sono impegnati in prima persona per la difesa dei diritti degli animali e prim’ancora per quella che ritengono una presa di coscienza etica fondamentale allo sviluppo della società verso una migliore direzione. A parlare c’era anche Bruno Fedi, primario di anatomia patologica e specialista in urologia e bioetica nonché socio fondatore del Movimento Antispecista, che ha sottolineato come la diversità genetica renda gli esperimenti spesso inattendibili (nei soli Stati Uniti la quinta causa di morte è rappresentata da malattie iatrogene e cioè provocate da farmaci) e quanto il rapporto uomo-animale basato sullo sfruttamento sia anacronistico al giorno d’oggi, dove l’uomo non è più solo genetica ma anche cultura.

E’ intervenuto anche il senatore del gruppo misto Alberto Filippi, che ha già presentato al presidente del Senato Schifani il suo disegno di legge antivivisezione (il Ddl 3084), ricordando che solo il 30 per cento degli esperimenti condotti su animali riguarda il campo medico e farmaceutico, mentre la restante parte è diretta a testare prodotti per l’igiene, cosmetici, tabacco, armi chimiche e proiettili.

Ulteriori interventi hanno inoltre sottolineato che abolire la vivisezione non significa tagliare le gambe al progresso della scienza, ma al contrario dare più spazio alle nuove metodologie alternative e offrire nuove opportunità ai ricercatori. Mentre l’Italia vive un periodo difficile dal punto di vista economico e sociale, l’intensa partecipazione dei suoi cittadini a una causa che viene sentita innanzitutto come etica può essere il modello da cui partire per un miglioramento generalizzato, attraverso l’impegno e la difesa dei diritti dalle lobby del potere. Come ha detto al megafono una delle organizzatrici della manifestazione romana, “sarebbe bello essere sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per una decisione così civile e progressista”.

di Pasquale Rinaldis e Marianna Franzosi

Da: IlFattoQuotidiano.it

 
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Pubblicato da su 10 maggio 2012 in SPAZIO CRITICO

 

Stati generali delle rinnovabili. Le proposte delle associazioni.

Ieri le associazioni di settore riunite negli Stati generali delle rinnovabili, hanno presentato le proposte di modifica ai decreti sugli incentivi alle rinnovabili. Legambiente: “Il Governo ascolti le proposte delle imprese e modifichi i Decreti per non fermare le rinnovabili con tutti i vantaggi energetici, occupazionali e ambientali che generano”.

“Le rinnovabili possono continuare a crescere, con meno incentivi ma anche meno burocrazia, dando certezze agli investimenti e premiando gli interventi virtuosi e l’autoconsumo. Questo sostengono le associazioni delle rinnovabili che chiedono al Governo di aprire finalmente un confronto sui decreti, per superare questa fase drammatica in cui il settore è stato prima ignorato e poi duramente colpito con la scelta di un provvedimento che avrebbe effetti devastanti e determinerebbe di fatto lo stop agli investimenti”.

È la dichiarazione di Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, intervenuto ieri durante la presentazione, a Roma, delle proposte di modifica dei Decreti presentati dal Governo e condivise da tutte le associazioni delle rinnovabili, riunite negli Stati Generali a cui Legambiente aderisce.

“Quella di oggi è una giornata importante perché l’intero mondo delle rinnovabili termiche, elettriche e dell’efficienza energetica, ha parlato con una sola voce, per esprimere proposte precise che verranno consegnate alla conferenza Stato-Regioni che si apre domani. Siamo convinti – ha continuato Zanchini – che le mobilitazioni di queste settimane da parte di tanti cittadini, associazioni e aziende per cambiare i decreti, come la chiara volontà espressa dalle Regioni di modificarli, porteranno a una soluzione che sarà nell’interesse di tutti e che sosterrà ladiffusione delle energie pulite per gli enormi vantaggi che sta generando sia in termini di riduzione dei consumi e delle importazioni di combustibili fossili, che dell’inquinamento, ma anche, e sempre di più, per la riduzione dei costi dell’energia e la creazione di nuovi posti di lavoro”.

LEGGI il DOCUMENTO UNITARIO degli Stati Generali delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.

Di Legambiente da ilcambiamento.it del 09/05/2012.

 
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Pubblicato da su 9 maggio 2012 in SPAZIO CRITICO

 
 
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