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Archivio Mensile: gennaio 2012

“Partiti SpA”, ecco come funziona il meccanismo dei rimborsi elettorali – Antonella Beccaria

Nel libro di Paolo Bracalini edito da Ponte alle Grazie tutte le cifre per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro [...] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le regionali, 230 per le europee. Più i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)

In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12 milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali. In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza. Invece in Italia – il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% –  i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità ufficiale delle erogazioni”.

Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalista Paolo Bracalini. I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro [...] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno [...] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.

Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila). E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pd addirittura meno 42 milioni).

Il risultato del referendum del 1993, che sancì l’abrogazione del contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (82 miliardi di lire all’anno a partire dal 1974, con la cosiddetta legge Piccoli, da Flaminio, allora capogruppo Dc che ne fu relatore), è diventato subito carta straccia e qualche numero lo testimonierebbe. Scrive infatti l’autore che dal 1994, quando venne introdotta la legge sul rimborso elettorale, a oggi l’ammontare del denaro erogato sotto questa voce ha raggiunto quota 2 miliardi e 700 milioni di euro, 600 dei quali dal 2008 sono andati solo per Pdl e Pd. E si tratta di un importo al netto delle elezioni “minori”, come quelle supplettive o delle regioni a statuto speciale.

Cifra che, specifica Paolo Bracalini facendo notare che dal 2006 l’erogazione avviene sulla base di tutti gli anni di legislatura anche se questa non giunge a scadenza, “non tiene conto degli stipendi dei parlamentari, consiglieri di regioni, province e comuni, dei loro vitalizi, dei loro ‘assegni di reinserimento’, dei loro benefit, delle spese di affitto sostenute da Camera e Senato per ospitarli, dei milioni per l’editoria di partito, dei costi delle auto blu e di quant’altro va sotto il nome di ‘costi della politica’. Noi ci limitiamo esclusivamente a considerare i soldi erogati direttamente ai partiti, denaro liquido”.

Una nota da rilevare è che, in 13 anni di modifiche alle norme, il rimborso per elettore è passato da 1.600 lire a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate solo per questa voce 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato la soglia dei 500. I paradossi delle norme che compongono la voce rimborso elettorale proseguono. Intanto, per riceverlo, occorre superare per esempio la quota dell’1% dei suffragi alla Camera (per il Senato la ripartizione è su base regionale), molto inferiore rispetto a quella per entrare nei palazzi della politica, e la percentuale di rimborso non si calcola sul numero effettivo dei votanti, ma sul numero di cittadini iscritti nelle sezioni elettorali.

C’è poi il tasto, anche in questo caso dolente, della corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale e l’importo del rimborso. Scrive in proposito l’autore citando ancora la Corte dei Conti: “Dei 2.253.612.233 euro (la somma è arrotondata per difetto però…) di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto. Ma la differenza si è accentuata con l’aumentare degli importi del rimborso. Le ultime elezioni, quelle 2008, sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”.

Non meglio va il capitolo controlli, con le verifiche che dovrebbero essere condotte, oltre che dalla Corte dei Conti, anche dal collegio dei revisori nominato dall’ufficio di presidenza della Camera. Da un lato la legge limita i riscontri al “rispetto formale degli obblighi informativi [...] ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”. Dall’altro il collegio sottolinea la “mancata attribuzione di specifici poteri istruttori”. Bracalini ne intervista uno dei 5 professionisti che dovrebbero controllare. Non ne rivela l’identità (per quanto il pool sia composto dal commercialista Salvatore Cottone, dai professori Tommaso Di Tanno, Duilio Lutazi e Francesco Perrini, e dal commercialista e revisore contabile Maurizio Lauri), ma gli chiede quali sono i criteri con cui i professionisti vengono scelti dal parlamento. “Manuale Cencelli al cento per cento”, risponde l’intervistato alludendo alla mai tramontata pratica da Prima Repubblica di spartizioni delle poltrone sulla base della forza di partiti e correnti.

Questo fiume di denaro può poi avere qualche impiego ulteriore. Come risanare almeno in parte le casse asciutte dei partiti. Impiego a cui è ricorsa – più clamorosamente di altri, ma non l’unica – Forza Italia “vendendo” nell’aprile 2007 i suoi rimborsi di 105 milioni di euro a Intesa Sanpaolo, quella del ministro Corrado Passera e del vice alle infrastrutture Mario Ciaccia, la stessa che vede il “suo” Banco di Napoli gestire i conti correnti dei deputati e i movimenti di Montecitorio. Forza Italia ha così trovato nuova linfa per la campagna in vista delle politiche del 2008 e ha ripetuto il meccanismo, quando il partito è andato a caccia di un finanziamento analogo con l’arrivo del Popolo della Libertà e con l’idea di cartolizzare i rimborsi fino al 2012.

Quello descritto da Bracalini, in sostanza, è un mondo fatto da una casta che quando il partito non ce l’ha se lo inventa e qualche volta riesce pure a farsi rimborsare a fronte di nessun rappresentante eletto. Un mondo di debiti e morosi, di assi strategiche tra finanza e politica che passano dai consigli d’amministrazione degli istituti di credito e delle immobiliari che affittano ai partiti, di feste-eventi e marchi da registrar per sfruttamento commerciale in gadget e affini. “Se almeno servisse, tutto questo finanziamento pubblico, a rendere marginale il ricorso a quello illecito”, scrive l’autore. “Invece no [...]. Il ‘valore’ di mazzette e falsi appalti? Cinquanta-sessanta miliardi di euro, l’anno. ‘Una vera e propria tassa immorale e occulta’ [...] l’ha definita Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti”.

Da: IlFattoQuotidiano.it

 
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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in LIBRI

 

Luci e ombre delle liberalizzazioni di Monti

Vi sono due punti nel decreto sulle liberalizzazioni che meritano d’essere sottolineati per il loro notevole significato di principio.

Il primo riguarda l’eliminazione della norma che, vietando ai Comuni di costituire aziende speciali per la gestione del servizio idrico, contrastava visibilmente con il risultato del referendum sull’acqua come bene comune. Abbandonando questa via pericolosa e illegittima, il governo non ha ceduto ad alcuna pressione corporativa ma ha fatto il suo dovere, rispettando la volontà di 27 milioni di cittadini. Certo, la costruzione degli strumenti istituzionali necessari per dare concretezza alla categoria dei beni comuni incontrerà altri ostacoli nel modo in cui lo stesso decreto disciplina nel loro insieme i servizi pubblici. Ma il disconoscimento di una volontà formalmente manifestata con un voto avrebbe gravemente pregiudicato il già precario rapporto tra cittadini e istituzioni, inducendo ancor di più le persone a dubitare dell’utilità di impegnarsi nella politica usando tutti i mezzi costituzionalmente legittimi.

Vale la pena di aggiungere che questa scelta può essere valutata considerando anche l’annuncio del ministro Passera relativo all’assegnazione delle frequenze, da lui definite nella conferenza stampa come “beni pubblici” di cui, dunque, non si può disporre nell’interesse esclusivo di ben individuati interessi privati. Senza voler sopravvalutare segnali ancora deboli, si può dire che il ricco, variegato e combattivo movimento per i beni comuni non solo ha riportato una piccola, importante vittoria, ma ha trovato una legittimazione ulteriore per proseguire nella sua azione.

Questa associazione tra acqua e frequenze non è arbitraria, poiché la ritroviamo nelle proposte della Commissione ministeriale sulla riforma dei beni pubblici. Si dovrebbe sperare che i partiti non continuino soltanto a fare da spettatori alle gesta del governo, ma comincino a rendersi conto delle loro specifiche responsabilità. Tra queste, oggi, vi è proprio quella che riguarda una nuova disciplina dei beni, per la quale già sono state presentate proposte in Parlamento, e che è indispensabile perché le categorie dei beni corrispondano a una realtà economica e sociale lontanissima da quella che, sessant’anni fa, costituiva il riferimento del codice civile. Se questa riforma fosse stata già realizzata, non sarebbe stata possibile la vergogna del “beauty contest” sulle frequenze. E ci risparmieremmo molte delle approssimazioni su una via italiana al risanamento che contempli massicce dismissioni di beni pubblici, quasi che la loro vocazione sia solo quella di far cassa e non la realizzazione di specifiche finalità che le istituzioni pubbliche non possono abbandonare.

Tutt’altra aria si respira quando si considera l’articolo 1 del decreto. Qui non si trova uno dei soliti inutili e fumosi prologhi in cielo che caratterizzano molte leggi. Si fanno, invece, tre inquietanti operazioni: si prevede l’abrogazione di una serie indeterminata di norme, affidandosi a indicazioni assai generiche, che attribuiscono al governo una ampiezza di poteri tale da poter sconfinare quasi nell’arbitrio; si impongono criteri interpretativi altrettanto indeterminati e arbitrari; soprattutto si reinterpreta l’articolo 41 della Costituzione in modo da negare gli equilibri costituzionali lì nitidamente definiti. L’obiettivo dichiarato è quello di liberalizzare le attività economiche e ridurre gli oneri amministrativi sulle imprese. Ma la via imboccata è quella di una strisciante revisione costituzionale, secondo una logica assai vicina a quella di tremontiana memoria, poi affidata a uno sciagurato disegno di legge costituzionale sulla modifica dell’articolo 41, ora fortunatamente fermo in Parlamento.

Indico sinteticamente le ragioni del mio giudizio critico. Le norme da abrogare vengono individuate parlando di limiti all’attività economica “non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità”; e di divieti che, tra l’altro, “pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate”. Tutte le altre norme devono essere “interpretate e applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato rispetto alle perseguite finalità di interesse pubblico generale”. Non v’è bisogno d’essere giurista per rendersi conto di quanti siano i problemi legati a questo modo di scrivere le norme. Non è ammissibile che l’”interesse pubblico generale” sia identificato con il solo principio di concorrenza, in palese contrasto con quanto è scritto nell’articolo 41.

Il sovrapporsi di diversi soggetti nella definizione complessiva delle nuove regole può creare situazioni di incertezza e di conflitto. Il bisogno di semplificazione e di cancellazione di inutili appesantimenti burocratici non può giustificare il riduzionismo economico, che rischia di sacrificare diritti fondamentali considerati dalla Costituzione irriducibili alla logica di mercato. Si pretende di imporre i criteri da seguire nell’interpretazione di tutte le norme in materia: ma le leggi si interpretano per quello che sono, per il modo in cui si collocano in un complessivo sistema giuridico, che non può essere destabilizzato da mosse autoritarie, dall’inammissibile pretesa di un governo di obbligare gli interpreti a conformarsi alle sue valutazioni o preferenze. In anni recenti, si è dovuta respingere più d’una volta questa pretesa, che altera gli equilibri tra i poteri dello Stato.

L’operazione, di chiara impronta ideologica, è dunque tecnicamente mal costruita dal governo dei tecnici. Ma, soprattutto, deve essere rifiutata perché vuole imporre una modifica dell’articolo 41 della Costituzione, attribuendo valore assolutamente preminente all’iniziativa economica privata e degradando a meri criteri interpretativi i riferimenti costituzionali alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Questo capovolgimento della scala dei valori è inammissibile. Un mutamento così radicale non è nella disponibilità del legislatore ordinario, e dubito che possa essere oggetto della stessa revisione costituzionale. Quando sono implicate libertà e dignità, siamo di fronte a quei “principi supremi” dell’ordinamento che, fin dal 1988, la Corte costituzionale ha detto che non possono “essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale”. Certo, invocando una qualsiasi emergenza, questo può concretamente avvenire. Allora, però, si è di fronte ad un mutamento di regime. Se ancora sopravvive un po’ di spirito costituzionale, su questo inizio del decreto, e non nella difesa di questa o quella corporazione, dovrebbe esercitarsi il potere emendativo del Parlamento.

(24 gennaio 2012)

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 24 gennaio 2012 

 
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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in POLITICA, SPAZIO CRITICO

 

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EVASIONE FISCALE – INCHIESTA

Le cifre del dramma italiano: quei 275 miliardi che il governo non vede. E che sono soprattutto al Sud

Circa 120 miliardi di euro. E’ questa la cifra che Centri studi, università e redazioni da anni continuano a divulgare per descrivere l’entità dell’evasione fiscale in Italia, il mancato incasso, l’enorme furto dei contribuenti del Bel paese ai danni dello Stato, ergo dei propri concittadini. Numeri abissali che bastano da soli per palesare come quello del mancato versamento delle tasse e delle false o ingannevoli dichiarazioni dei redditi all’erario sia il principale freno alla crescita dell’economia, agli investimenti sul futuro, allo sviluppo. Gli ultimi numeri dell’Istat fanno rabbrividire: sarebbe quantificabile tra i 250 e i 275 miliardi il valore dell’economia sommersa e, insieme, dell’evasione in Italia, una cifra che oscillerebbe tra il 16,3% e il 17,5% del Pil. In media cioè, ogni contribuente nasconde allo Stato oltre 2mila euro. “Si calcola che ci sia il 30% di evasione in agricoltura, il 21% nei servizi e il 12% nell’industria. Ma ci sono anche settori, come il turismo, dove si supera il 50%”, ha fatto sapere il presidente dell’Istituto di Statistica Enrico Giovannini.

1/5 DELL’ECONOMIA NASCOSTA - L’anomalia è tutta italiana. Rapportata al prodotto interno lordo l’evasione fiscale di casa nostra è tra le prime d’Europa. La realtà è ben più grave se parliamo di evasione Iva. 22% è il dato diffuso ad agosto scorso dal Sole 24 Ore relativo all’evasione Iva in rapporto al gettito teorico. Un quinto della ricchezza creata all’economia, insomma, sarebbe nascosto all’erario. In Spagna ed Irlanda si respira aria diversa. Il mancato gettito Iva corrisponde al 2% del totale. In Lussemburgo addirittura l’1. In Francia al 7%. In Germania al 10. Sono in pochi a navigare in acque peggiori delle nostre: Ungheria, Slovacchia e Grecia rispettivamente con il 23, 28 e 30% di evasione. In tutti e tre i casi si tratta di economie più piccole della nostra. Come a dire: in termini assoluti siamo imbattibili. Il Sole 24 Ore ha stimato in circa 28 miliardi il mancato gettito Iva nostrano.

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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in SPAZIO CRITICO

 

Tagli col trucco per la Casta! Sono applicati agli aumenti dei parlamentari

A fine mese la busta paga degli onorevoli sarà la stessa perché la riduzione riguarda solo l’aumento previsto per il passaggio al sistema contributivo. I risparmi sugli stipendi andranno in un fondo che sarà a disposizione degli stessi deputati

Sì al taglio dello stipendio dei deputati, ma labusta paga a fine mese sarà la stessa, non un euro di meno. Con ulteriore beffa finale, perché i frutti del (finto) risparmio andranno in un belfondo che sarà a disposizione – guarda un po’ – degli stessi deputatiLa riduzione di cui si parla è proprio quel taglio delle indennità che tiene banco da mesi tra mille polemiche, come segnale “in sintonia con il rigore che la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti”.

Come è andata a finire? Alla fine di un lungo percorso costellato da promesse, altolà e dispute sugli importi (con tanto di commissione ad hoc) finalmente la Camera ha deciso: ieri ha detto sì al taglio dello stipendio degli onorevoli proposto dall’Ufficio di presidenza per 1.300 euro lordi, 700 euro netti. Strette di mano, comunicati che di grande soddisfazione. “Ecco, noi siamo in linea con gli italiani”, è il motto. Ma sarà poi vero? No. Perché la decurtazione delle indennità fa uscire quei soldi dalla porta della Camera ma la riforma della previdenza li fa rientrare dalla finestra, paro paro. Non un euro di meno.

Così, a fine mese, la busta paga della casta è la stessa: 11.200 euro netti di indennità di base sui quali cumulare tutte altre voci. Nessun taglio, dunque. Il segreto è tutto nelle nuove norme previdenziali che si estendo ovviamente anche ai parlamentari, che sono scattate il primo gennaio scorso. Passando dal sistema retributivo a quello contributivo, i deputati si sarebbero visti lievitare la busta paga di circa 700 euro netti al mese, perché non è più loro chiesto di versare tutti e due i contributi che versavano prima: uno per il vitalizio (1.006 euro al mese) e uno previdenziale (784,14 euro al mese), oltre alla quota assistenziale (526,66 euro al mese). La riforma delle pensioni avrebbe toccato solo marginalmente i deputati in carica (un anno su 5 di legislatura), che avrebbero recuperato ben più di quello svantaggio con i 700 euro netti in più in busta paga.

Il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, per farla breve, si sarebbe tradotto in 1300 euro al mese in più in busta paga, a causa dei differenti criteri di tassazione. Il maxi aumento, difficile da giustificare in questa congiuntura, è stato scongiurato introducendo una sforbiciata di pari importo. Più che di un taglio, si tratta dunque della sterilizzazione di un aumento. E poi la vera beffa finale: i tagli agli stipendi non torneranno agli italiani. Quelle somme andranno in un fondo a parte. Per cosa? Per gli stessi deputati. Lo anticipa il questore del Pdl, Antonio Mazzocchi, che in serata ha spiegato “questi 1.300 euro che verranno tagliati saranno accantonati in un fondo a tutela di eventuali ricorsi da parte dei deputati”. Insomma, quei soldi non usciranno mai da Montecitorio. Resta la magra consolazione della revisione del sistema dei rimborsi: finalmente dovranno essere motivati da ricevute. Ma anche qui c’è il trucco. Solo la metà di quelli presentati dovranno avere una giustificazione, l’altra no. Così si potrà decidere discrezionalmente cosa è opportuno farsi rimborsare e cosa invece è meglio lasciare senza indicazione della causale. “Un’operazione trasparenza non trasparente”, scrive il Sole24Ore di oggi in un corsivo.

Caustici, ovviamente, i commenti dei giornalisti cui il trucco non è sfuggito. “Se la notizia degli stipendi aumentati fosse uscita, li avrebbero linciati. Così hanno deciso non di tagliarsi lo stipendio, ma di rinunciare a quell’aumento. Provando a fare bella figura gratis davanti a tutti”,ragiona Franco Bechis sul suo blog. E sicuramente oggi risultano un po’ stonate le dichiarazioni di soddisfazione e gli annunci in pompa magna del corpus politico. A partire da quello diGianfranco Fini che appena ricevuto il sì ha iniziato a cinguettare su Twitter “taglio del 10 per cento allo stipendio dei deputati presidente della Camera, vicepresidenti, questori e presidenti di commissione”. Un taglio, si è visto, a salve. E che dire di Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera, che ieri ha parlato di “sacrifici per essere credibili”. Oppure di Guido Crosetto che sulla scorta del (finto) taglio ha invocato nuove e analoghe misure contro i privilegi parlamentari. “Il 2012 deve iniziare all’insegna della sobrietà per tutti gli italiani, ma soprattutto per i politici”, ha invece affermato il vice presidente del Fli, Italo Bocchino.

Ma la storia non è finita. Perché oggi sarà un’altra giornata di tagli strombazzati e annunci roboanti. Perché oggi al Senato tocca pronunciarsi su decisioni simili a quelle della Camera con l’approvazione del superamento del sistema dei vitalizi e la riduzione del 10 per cento di tutte le indennità aggiuntive di funzione, del Consiglio di presidenza e delle presidenze di Commissione. “Inoltre, opereremo sulle indennità dei parlamentari, sempre con tagli analoghi a quelli adottati a Montecitorio”, annuncia il senatore del Pdl Angelo Maria Cicolani, questore di palazzo Madama. “In questo modo – assicura Cicolani – il Parlamento ristabilirà un rapporto di assoluta credibilità con gli elettori e daremo una risposta concreta a chi chiede di ridurre i costi della politica in tempo di crisi”. Bene, si è visto come.

 
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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in POLITICA

 

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Quando il comunismo finì a tavola – Andrea Pomella

 

“Voglio raccontarti i tuoi trentatré anni divisi per undici, i trentatré anni in cui il comunismo è finito a tavola. Già, perché si è smesso di mangiare bambini e ci si è dati al cool, al gourmet, alla radicalizzazione chic”.

Si leggono cose così in Quando il comunismo finì a tavola, un libro di Fernando Coratelli uscito in questi giorni per l’editore Caratterimobili. Una copertina rosa su cui campeggia la rivisitazione di una famosa icona pop degli anni Settanta, il viso radioso della donna dei dadi Star che porta alla bocca un cucchiaio pieno di minuscole falci e martelli, opera dell’illustratore Giuseppe Incampo.

Si parte dal 1978, l’anno del sequestro Moro, dei mondiali d’Argentina, della guerra in Libano, dei tre papi, ma anche dell’avvento sulle Tv italiane di Ufo Robot, e saltando di undici anni in undici si arriva ai giorni nostri. Il mondo cambia in fretta, le trasformazioni sono radicali, e testimone di questo magma è il cibo, rilevatore culturale come pochi. Si passa così dalle tavole degli anni Ottanta, debordanti di pennette alla vodka, tortellini panna e prosciutto e tartine al caviale, all’avvento dello slow food, passando per le mode etniche, il sushi e il sashimi.

È il racconto di oltre trent’anni della nostra storia, un racconto che si dipana attraverso l’uso di un particolare espediente narrativo. Un’aspirante giornalista di nome Federica chiede di fare un’intervista a uno scrittore quarantenne barese trapiantato a Milano. Lo scrittore invita la giornalista in un’enoteca. Davanti a un tagliere di formaggi e salumi e a una discreta quantità di vino si lascia andare a una narrazione fluviale, che ben presto si trasforma in un’amara requisitoria sulla svendita di quel patrimonio di idee e identità che un tempo fu la sinistra.

Il libro di Coratelli affronta con tono a tratti lieve e nostalgico quella che può essere definita come la biografia di un trentennio a tavola. Se l’uomo è davvero ciò che mangia, come sosteneva Feuerbach, la coincidenza tra essere e mangiare sembra ancor più valida per l’homo sinister. Ma la conclusione è impietosa: mentre si ponevano le basi per la grande crisi finanziaria di oggi, la sinistra che faceva? “Inebetita – risponde il protagonista del racconto – frequentava salotti, assaggiava sapori della terra e scambiava ometti con il golfino per amichetti con cui andare a cena”.

Da: IlFattoQuotidiano.it

 
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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in LIBRI

 

Così il Vaticano frega la giustizia italiana

Le promesse di collaborazione per il riciclaggio dello Ior? Sparite Oltretevere

La storia è nota. Ed è una brutta storia, quella in cui è incappato l’Istituto Opere Religiose (IOR), accusato di aver violato le norme sul riciclaggio per un totale di 23 milioni di euro. Ma sembrava fosse arrivato il lieto fine, quando la giustizia italiana aveva sbloccato il conto dello Ior in cambio di una promessa di collaborazione. Che però, scrive Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, nel frattempo è stata disattesa:

Lo dimostra un documento che Il Fatto pubblica in esclusiva. Si intitola “Memo sui rapporti IOR-AIF” ed è un documento “c o n fi d e n z i a l e ”e“riservato” circolato negli uffici del Papa e della Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che – secondo gli esperti di cose Vaticane – potrebbe essere quella di monsignor Georg Ganswein, il segretario di Benedetto XVI. E’ stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l’autore, il “memo” d i m o s t ra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l’autorità di controllo antiriciclaggio Attilio Nicora e i vertici dello IOR sono tutti a conoscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che si può sintetizzare così: non si deve collaborare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all’aprile 2011. Il “Me mo”, come dimostrano le note appuntate a penna dalla segreteria del Santo Padre, è stato “Di – scusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre” 2011.

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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in SPAZIO CRITICO

 

VERGOGNOSO: “I tagli alla politica sono tutti finti”

Non è un taglio, ma la rinuncia a un aumento. Grazie all’abolizione del vitalizio e al regime fiscale più favorevole, tra l’altro, questi soldi rientreranno del tutto: e questa è una riforma a metà. Tra gli altri, ne parla Libero in un articolo a firma di Tommaso Montesano:

La tanto sbandierata sforbiciata ai costi della politica, arrivata ieri dopo una riunione fiume dell’ufficio di presidenza della Camera, nasconde la magagna. Il taglio di 700 euro netti (1.300 lordi), avrà impatto zero o quasi sulle onorevoli buste paga: «È una partita di giro », si lascia scappare un parlamentare dietro promessa di anonimato. Col passaggio al sistema contributivo (altra misura decisa ieri) i parlamentari cessano di versare obbligatoriamente una quotadi stipendio a fini previdenziali: i settecento euro inmenoin busta paga, pertanto, risultano compensati dal mancato versamento delle ritenute (che ammontava a 780 euro). Di seguito, le misure. L’indennità subirà una sforbiciata di 1.300 euro lordi al mese (circa 700 netti), maggiorati di un ulteriore 10% per le cosiddette “figure apicali”, ovvero il presidente della Camera, i vicepresidenti, i questori e i presidenti di commissione. «Il provvedimento è immediatamente operativo», annuncia Buttiglione. Il nuovo sistema previdenziale dei deputati e dei dipendenti di Montecitorio, invece, prevede, come spiega lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini, il passaggio al sistema contributivo, «come tutti i cittadini».
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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in SPAZIO CRITICO

 

Alcune domande al cinema italiano – Gianluca Arcopinto

 

Adesso che finalmente il cinema italiano si è ripreso la testa della classifica grazie a Benvenuti al nord, che tiene a doverosa distanza Immaturi. Il viaggio, ma che comunque insieme, i due, fanno a pezzi i cinepanettoni; adesso che finalmente è arrivato Acab, l’opera prima sorprendente, perché incassa pur non essendo una commedia e dividendo gli spettatori, che abbandonano la sala delusi prima della fine del film o che rimangono fino ai titoli di coda gridando al grande film di caratura internazionale; adesso che purtroppo, non so per quale anno consecutivo, mi pare sette, il cinema italiano si ritrova, sorpreso, escluso dalla competizione dell’Oscar al miglior film straniero; adesso che il cinema italiano può dirsi onorato della presidenza della giuria di Cannes affidata al maestro Moretti; adesso, proprio adesso, in questa grigia mattina che promette pioggia, a me viene voglia di fare delle domande al cinema italiano.

Ma tu, che hai gridato compatto al capolavoro, il progetto di un film come The artist, in bianco e nero e muto, lo avresti mai preso in considerazione? O non ne avresti forse sbeffeggiato gli autori?

Perché nessuno dei tuoi ha sottolineato quanto siano devastanti le ultime decisioni delle commissioni ministeriali che, tornando a elargizioni a pioggia con i pochi spiccioli rimasti, di fatto impedirà la realizzazione di gran parte dei film finanziati o li costringerà a farli sulla pelle di chi lavora, senza però creare tornaconto a nessuno, tanto meno a se stesso? E che senso ha avuto stanziare duecentomila euro per Acab, che si sapeva – soprattutto per l’abilità, questa indiscutibile, nel costruire l’operazione – ne avrebbe potuto fare tranquillamente a meno?

E non ti vergogni del balletto sulla direzione del Festival di Roma a cui ci stai facendo assistere? Quale credibilità, ammesso ne abbia mai avuta una, conserverà quel festival, chiunque lo vada a dirigere?

E sei così sicuro che per concorrere all’Oscar siano sufficienti un tema forte e cinque indimenticabili inquadrature? E di contro, ma sei così sicuro che tu ti debba confrontare con l’Oscar quale fosse veramente il riconoscimento a cui tendere in maniera assoluta?

E il maestro Moretti, non era quello da cui comunque tenere sempre un po’ le distanze?

E non ti senti un po’ responsabile del fatto che forse è vero che oggi in Italia non siamo più in grado di fare The artist, o Miracolo a Le Havre, o Le nevi del Kilimangiaro? Ma non è forse colpa tua che hai relegato i potenziali autori di film come questi a stare fermi per anni o a essere inseriti in un mercato ghetto per poco più di ventimila spettatori quando dice benissimo, sparando in primo piano registi strateghi della comunicazione, che costruiscono prima delle operazioni commerciali e poi, se avanza, forse anche dei film?

Nel calcio quest’anno in serie A hanno esonerato dodici allenatori e non credo proprio finisca qui: ma perché tu, tra i tuoi che gestiscono il potere, non mandi mai a casa chi sbaglia o chi è incapace? Perché i cambiamenti sono sempre e solo dettati dai giochi di partito?

Perché io oggi pomeriggio devo andare a fare lezione nella scuola per eccellenza, il Centro Sperimentale di Cinematografia, e trovare la metà degli allievi a digerire il pranzo bighellonando nei corridoi senza sapere cosa fare? Perché non hai mai voluto capire quanto sarebbe importante quel posto?

A questo punto tu sei legittimato a chiedermi: ma tu che vuoi?

Io voglio che i miei allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia, con i loro compagni, con chi ci crede, con chi vuole ancora sognare, si rimbocchino le maniche e ricostruiscano sulle tue macerie, nella piena consapevolezza di quello che hai combinato. E’ l’unica cosa che mi interessa, è l’unico motivo per cui continuo a combattere.

Da: IlFattoQuotidiano.it

 
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Pubblicato da su 31 gennaio 2012 in CINEMA

 
 
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