Archivio Giornaliero: 31 dicembre 2011
L’economia solidale e l’autorganizzazione come risposta dal basso alla crisi
Dicembre 2001: “QUE SE VAYAN TODOS ». Tra la situazione dell’Argentina di dieci anni fa e la crisi italiana di oggi vi sono moltissime analogie: ci saranno anche le stesse risposte?

Nel dicembre 2001, dopo venticinque anni di indebitamento e di corruzione, l’Argentina crollò.
Era stata annunciata la sospensione della convertibilità alla pari peso-dollaro, e per evitare che i risparmiatori svuotassero i propri conti correnti vennero congelati i depositi bancari, mentre i grandi capitali erano già tutti al sicuro all’estero. La rabbia esplose: banche assaltate, supermercati saccheggiati, duri scontri con morti e decine di feriti.
Il 20 dicembre il il presidente De La Rua decretò lo stato d’assedio, ma fu costretto alle dimissioni.
Fu la fine di quell’inesistente “miracolo argentino” di cui per tutti gli anni ’90 avevano parlato i media di tutto il mondo.
Durante la dittatura militare il debito estero era passato da 8 a 45 miliardi di dollari e l’inflazione era arrivata al 4000%. I governi successivi per ottenere nuovi prestiti e attirare capitali stranieri nel Paese seguirono disciplinatamente i dettami del Fondo Monetario Internazionale.
Ci fu una gigantesca ondata di privatizzazioni: telecomunicazioni, gas, petrolio, aerolinee…
Si andava avanti a tagli della spesa pubblica nel tentativo di “riconquistare la fiducia dei mercati”.
Molte industrie chiusero e si diffusero i lavori “spazzatura”, precari e malpagati. Molti aprirono chioschi, alimentari, botteghe di gommisti e microimprese.
Nel 1993 viveva sotto la soglia della povertà il 17,8% degli argentini. Alla fine del 2001 si arrivò al 35,4% e nell’ottobre 2002 al 57,5%. La disoccupazione raggiunse il 21,5%.
Anche impiegati e professionisti furono ridotti in miseria. La gente raccoglieva cartoni per le strade.
La classe dirigente era ormai totalmente screditata e nelle piazze risuonava il famoso slogan “Que se vayan todos”.
Per sopravvivere alla crisi fu necessario autoorganizzarsi: molte imprese fallite furono occupate e autogestite, e si svilupparono i club di trueque (baratto), che nel 2002 videro la partecipazione diretta di 2 milioni e mezzo di persone. Considerando anche le famiglie, si può dire che più di un quinto della popolazione argentina poté soddisfare una parte delle sue necessità tramite questi
interscambi di beni o servizi, mediati da una moneta sociale (1).
I club si organizzarono in reti regionali o nazionali. Le più grandi furono la Red Global de Trueque (RGT) e poi la Red de Trueque Solidario (RTS). Erano queste reti ad emettere i buoni.
Con il trueque entrano in circolo beni esclusi dal mercato ufficiale, come alimenti e indumenti autoprodotti, oppure prestazioni professionali inutilizzate perché troppo care, come quelle di medici o avvocati, che ritrovano i loro clienti e possono continuare a lavorare.
Fino al 2002 infatti vi fu anche un’offerta di prestazioni sanitarie: medici generici, dermatologi, ginecologi o anche dentisti e psicologi. C’erano laboratori, terapisti ed infermieri. Il lavoro si pagava in crediti, mentre i costi per materiali in pesos.
C’era perfino la possibilità di andare in vacanza pagando fino al 50% in crediti o facendo trueque diretto. Aderivano vari hotel delle regioni turistiche non solo argentine ma anche del Brasile e dell’Uruguay.
Tramite il trueque vennero salvate molte imprese, come la Lourdes, nella provincia di Mendoza, che lavorava polpa di pomodoro, sottaceti e dolci. Aveva qualche centinaio di dipendenti, ma con la crisi aveva chiuso. I produttori, che ormai non raccoglievano più i prodotti per mancanza di compratori, accettarono di pagare i loro raccoglitori in crediti. I lavoratori raccolsero ed avevano una forma di reddito, mentre l’impresa riceveva la sua materia prima. Le ciliege venivano vendute a Buenos Aires in pesos. Con questi soldi fu possibile far riprendere la produzione dell’impresa.
I limiti del trueque e della moneta sociale sono diversi: il primo è che per produrre è inevitabile l’acquisto di beni e materiali in moneta ufficiale, per cui il sistema rimane parzialmente dipendente dall’economia formale.
Inoltre è necessario che sia disponibile la massima varietà di beni e prestazioni, altrimenti si corre il rischio di non poter spendere i crediti acquisiti. Ma eccessive dimensioni dei club portano anche a un allentamento dei rapporti di fiducia.
Basti dire che nel periodo della massima espansione si arrivò a fenomeni di falsificazione dei buoni e addirittura a un’inflazione del 500%.
Tutto queste difficoltà permettono solo l’investimento e la produzione su piccola scala e non si arriva mai a rappresentare un’alternativa generalizzata all’economia regolare.
Ma questo non è neanche l’obiettivo principale. Il trueque vuol essere invece un salvagente per la popolazione colpita gravemente dalla crisi, una piattaforma nella quale gli aderenti possano soddisfare i loro bisogni più impellenti tramite l’interscambio reciproco, creando una rete di protezione sociale che eviti forme di isolamento e disperazione e ponga le basi per un’alternativa politica.
(1) Sul trueque cfr. l’articolo di Barbara Rossmeissl http://www.eumed.net/cursecon/ecolat/ar/2005/br-trueque.htm, di cui possiamo fornire la traduzione a chi è interessato
Nello Gradirà
tratto da Senza Soste n.66 (dicembre 2011)
Lele Mora ha cercato di uccidersi in carcere: “Ha usato dei cerotti”
Lele Mora ha tentato il suicidio per asfissia in carcere. Lo riferisce la Uilpa Penitenziari. “Lele Mora – si legge nella nota del sindacato – è ristretto nel reparto ” Nuovi Giunti” del carcere milanese di Opera, ed era già sottoposto a particolare sorveglianza. Il tentato suicidio è stato posto in essere con dei cerotti, regolarmente detenuti in cella, che Mora ha applicato su naso e bocca. L’intervento dell’agente di sorveglianza è stato efficace ed immediato”.
Considerate le modalita’ piu’ che ad un reale tentato suicidio – dichiara Eugenio Sarno, segretario Generale Uilpa Penitenziari – e’ forse piu’ appropriato riferirsi ad un gesto dimostrativo, che non e’ escluso possa essere stato messo in piedi per attirare l’attenzione sulla sua vicenda processuale. In ogni caso il clamoroso gesto e’ solo uno dei circa 1.000 tentati suicidi verificatisi in quest’anno nelle carceri italiane (di cui per circa 395 e’ legittimo parlare di vite salvate in extremis dalla polizia penitenziaria). Vogliamo ardentemente sperare che non sia la notorieta’ del personaggio a favorire l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario con il suo carico di dolore, incivilta’, disumanita’ ed illegalita’”. Occorre ricordare, prosegue Sarno, “che dal 1 gennaio di quest’anno ad oggi sono 66 i detenuti suicidatisi in cella, circa 400 gli agenti penitenziari che hanno riportato ferite giudicate guaribili in oltre cinque giorni per aggressioni subite da parte dei detenuti, oltre 5000 gli atti di autolesionismo grave, oltre 45 le maxi risse scoppiate in vari istituti penitenziari. Numeri che da soli concretano la prepotente urgenza di fornire risposte e soluzioni cui piu’ volte ha fatto cenno il Presidente Napolitano. Purtroppo sulla materia penitenziaria anche i palliativi del Governo Monti ricalcano le orme dei precedenti governi”.
Da: ilfattoquotidiano.it
San Raffaele, morto don Luigi Verzè Dal gioiello ospedaliero al crac miliardario
A causare il decesso una crisi cardiaca. Al prete amico di Silvio Berlusconi sono legate imprese e cadute: dalla fondazione del polo ospedaliero d’eccellenza famoso in tutta Europa al buco di 1,5 miliardi di euro, per finire alle recenti inchieste sulle proprietà brasiliane del gruppo
E’ morto don Luigi Verzè. Il fondatore dell’ospedale San Raffaele, finito in bancarotta con debiti da un miliardo e mezzo di euro, aveva 91 anni. Lo scrive l’agenzia Adnkronos citando fonti vicine alla fondazione di don Verzè. A causare il decesso, stamattina intorno alle 7.30, una crisi cardiaca; alle 2.30 di stanotte, don Verzè era stato ricoverato per l’aggravarsi della sua situazione all’Unità Coronarica del San Raffaele. Lo riferiscono fonti vicine all’ospedale milanese.
Don Luigi Maria Verzè, nato il 14 marzo 1920 a Illasi, in provincia di Verona, è stato presidente della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor e presidente e rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel 1947 si è laureato in Lettere classiche e Filosofia con padre Gemelli all’Università Cattolica di Milano e nel 1948 è stato ordinato sacerdote. Successivamente è diventato segretario del santo don Giovanni Calabria.
Nel 1958 don Verzè ha fondato l’Associazione Monte Tabor e nella seconda metà degli anni Sessanta sono iniziati i lavori di costruzione dell’ospedale a Segrate, alle porte di Milano. Il 30 aprile 1970 è nata la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, a cui viene conferito il San Raffaele in costruzione. Il 31 ottobre 1971 viene accolto il primo malato, mentre nel 1972 il San Raffaele viene riconosciuto Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico e dal 1982 è diventato polo universitario della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Statale di Milano.
Negli anni Ottanta, a fianco dell’ospedale, che oggi ha una capienza di circa 1.300 posti letto e una struttura di 11 dipartimenti e 45 specialità cliniche, don Verzè si è dedicato alla realizzazione e all’ampliamento di strutture specializzate, come il Dimer, Dipartimento per la Medicina Riabilitativa, il Dicor, Dipartimento per le Malattie Cardiovascolari, il Centro San Luigi Gonzaga per l’assistenza ai malati di Aids, il Dipartimento di Neuroscienze presso il San Raffaele Turro.
Nel 1992 è nato il Dibit1, il Dipartimento di Biotecnologie e Centro di Ricerca scientifica. Nel 1996 don Verzè ha fondato l’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è stato rettore, con le tre facoltà di Medicina e Chirurgia, Psicologia e Filosofia e dal 2010 la Laurea internazionale in Medicina e Chirurgia. Nel 2003 ha costituito il Movimento Medicina-Sacerdozio e nel 2010 è stato inaugurato il Dibit2 che ospita aule universitarie e nuovi laboratori per la genomica e proteomica. Nel corso del 2011 sono emersi i problemi finanziari del San Raffaele, dovuti all’elevato indebitamento del gruppo. Lo scorso 19 dicembre don Verzè si è autosospeso dalla carica di presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor.
Proprio oggi, del resto, alle 12 è fissata l’apertura delle buste per l’asta per l’aggiudicazione della struttura sanitaria. Un appuntamento fondamentale per il futuro del polo medico d’eccellenza, per la cui acquisizione si sono mossi i big della sanità italiana, tra cui l’imprenditore Giuseppe Rotelli (del gruppo ospedaliero San Donato) e Gianfelice Rocca (del gruppo Humanitas). Le offerte si andranno ad aggiungere a quella presentata lo scorso ottobre dalla cordata della Santa Sede, su indicazione di Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano.
Da: ilfattoquotidiano.it
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