Archivio Giornaliero: 25 dicembre 2011
MAXI INCIDENTE NELLA NOTTE A COSENZA: MORTI CINQUE GIOVANISSIMI. San Giovanni in Fiore in lutto.
COSENZA - Avevano deciso di trascorrere la notte della vigilia di Natale in un locale di un paese vicino, ma i loro sogni, le loro speranze nel futuro e le loro vite sono finite su un viadotto, spezzate dallo scontro dell’auto sulla quale viaggiavano contro un’altra auto. Quattro giovani ed una ragazzina di 15 anni sono morti così, poco dopo la mezzanotte del giorno di Natale, lungo la statale 107 Silana-Crotonese, una strada non nuova ad incidenti mortali. Ed a San Giovanni in Fiore, grosso centro di 18 mila abitanti della Sila cosentina, un giorno di festa si è trasformato in un giorno di lutto e di dolore per una strage della strada. Robert Laurenzano, di 20 anni, il fratello Frank, di 22, Domenico Noce (20), Samuel Crivaro (21) e Emanuela Palmeri, di 15 anni, erano amici. I fratelli Laurenzano erano nati in Francia, dove il padre era emigrato da giovane prima di tornare a San Giovanni in Fiore ed aprire un’attività di gommista dove lavoravano i figli. Robert era appassionato di motocross e disputava anche alcune gare. Con il fratello era appassionato di rap. Adesso, sul suo profilo facebook tanti suoi amici hanno listato a lutto la propria immagine. Domenico Noce era impiegato in una piccola azienda, mentre Samuel Crivaro faceva il manovale. La ragazzina, invece, andava ancora a scuola.
Nella serata di ieri, dopo la cena in famiglia hanno deciso di uscire per andare a trascorrere qualche ora in un locale di Cerenzia, un paese a pochi chilometri di distanza. Sono saliti sulla Volkswagen Lupo di Robert Laurenzano e sono partiti. Dopo pochi chilometri, però, su un viadotto che segue un curvone, l’auto è sbandata. Il motivo deve ancora essere accertato ma non è da escludere che un ruolo determinante l’abbia svolto l’asfalto reso viscido dalla pioggia che stava cadendo intensa sulla zona ed il freddo, che potrebbe avere gelato l’acqua. Dopo la sbandata la piccola utilitaria è andata a urtare contro il guardarail posizionato sulla corsia opposta ed è stata centrata da un suv Hyundai Santa Fe che sopraggiungeva. L’urto è stato inevitabile. Per estrarre i cadaveri dall’auto sono dovuti intervenire i vigili del fuoco di Crotone. Feriti gli occupanti del suv, marito, moglie e due figli minorenni. Le loro condizioni non destano preoccupazione. Immediatamente la voce si è sparsa in paese e sul luogo dell’incidente sono accorsi familiari, parenti ed amici delle vittime. Lo strazio ed il dolore hanno provocato anche qualche momento di tensione, quando gli agenti della polizia stradale hanno dovuto allontanare tutti per poter svolgere i rilievi. Il sindaco, Antonio Barile, in segno di lutto ha deciso di sospendere tutte le iniziative programmate dall’Amministrazione per le feste Natalizie sino al funerale, che non è stato ancora fissato. Ed anche la festa in piazza organizzata per l’ultimo dell’anno è in forse. A rendere surreale San Giovanni in Fiore, dove oggi i locali sono chiusi e le strade sono deserte, la nevicata che ha ammantato di bianco tutto il paese.
LE VITTIME Sono quattro giovani ed una ragazza di 15 anni le vittime dell’incidente stradale avvenuto la notte scorsa a San Giovanni in Fiore. Si tratta di Robert Laurenzano, di 20 anni, del fratello Frank, di 22, di Domenico Noce (20), di Samuel Crivaro (21) e della ragazza M.P.E.P. di 15 anni. I giovani erano su una Volkswagen Lupo condotta da Robert Laurenzano e percorrevano la statale 107 in direzione di Crotone. Lungo un viadotto che si trova subito dopo l’uscita per San Giovanni in Fiore la vettura, forse a causa dell’asfalto reso viscido dalla pioggia e dalle basse temperature (nella zona la temperatura era intorno allo zero), è sbandata andando ad urtare il guarda rail della corsia opposta e venendo colpita da un suv Hyundai Santa Fe a bordo del quale viaggiavano marito e moglie, di 42 e 38 anni, di Crotone, ed i loro due figli minorenni. I quattro occupanti del suv sono rimasti feriti ma le loro condizioni non destano preoccupazioni.
da: leggo.it
Giorgio Bocca, l’ultimo dei grandi – Marco Travaglio
Quando muore un grandissimo, come Giorgio Bocca, che se n’è andato oggi, giorno di Natale, a 91 anni, tutte le parole sono inutili tranne le sue. Ricordiamoci com’era, che cosa diceva, che cosa scriveva e soprattutto come scriveva. Acquistiamo i suoi libri, leggiamoli. Io vorrei ricordarlo con l’intervista che gli feci per il Fatto Quotidiano nel febbraio 2010, in occasione dell’uscita del suo penultimo libro, Annus Horribilis.
Giorgio Bocca, lei ha appena scritto “Annus Horribilis” (Feltrinelli): ma si riferiva al 2009. Il 2010 si annuncia ancora più horribilis…
Vedremo. Il 2009 mi è sembrato il più orribile per una tendenza irresistibile alla democrazia autoritaria. Più Berlusconi ne combinava di cotte e di crude, più i sondaggi lo premiavano. Ora, con questi ultimi scandali, la gente potrebbe cominciare a stancarsi e capire qualcosa.
Quindi c’è speranza?
Non esageriamo. Qualche barlume. E’ come all’inizio della guerra partigiana, ma allora ero giovane e forte dunque fiducioso. Ora sono vecchio e fragile, mi è più difficile essere ottimista. La cecità degli italiani mi ricorda la Germania all’ascesa di Hitler: tutti potevano vedere che tipo era, Hitler, eppure i tedeschi, e anche gli europei, gli cascarono tra le braccia come trascinati da un vento ineluttabile.
Che cosa la spaventa di più?
Il muro di gomma. Succedono cose terribili, o terribilmente ridicole, e nessuno reagisce. Lanci allarmi, provocazioni anche forti, e non risponde nessuno. Come dicono i giudici dello scandalo Bertolaso? “Sistema gelatinoso”. Ecco, è tutto gelatinoso. Non resta che sperare, come sempre nella nostra storia, in qualche minoranza coraggiosa che cambi la storia.
Che cosa la colpisce di più negli ultimi scandali?
La loro incomprensibilità. Leggo la confessione di questo consigliere comunale di Milano beccato con la tangente in mano: ‘Mi sono rovinato per 5 mila euro’.O è un pazzo incapace di ragionare, o faceva sempre così. Almeno Berlusconi ha le sue giustificazioni: è ricco sfondato, ha ville dappertutto. Almeno Tangentopoli era un sistema di corruzione che portava almeno una parte dei soldi ai partiti: una logica, sia pure perversa e criminale, c’era. Ma qui i partiti non ci sono più. E questi si vendono in cambio di qualche massaggiatrice, di qualche viaggio gratis, di pochi spiccioli… La corruzione dilaga a tal punto che c’è gente che ruba senza nemmeno sapere il perché.
Anche Tangentopoli, 18 anni fa, partì da una mazzettina di 7 milioni a Mario Chiesa.
Andai a intervistare Borrelli e gli domandai perché i magistrati fossero riusciti a scardinare il sistema così tardi. Mi rispose che la magistratura in Italia riesce a incidere nel profondo solo quando nella società c’è un grande allarme, quando si accende una grande luce. Oggi la luce non si accende, non ancora. Ce ne sarebbero tutti i presupposti, la corruzione ci costa decine di miliardi all’anno, siamo in fondo alle classifiche di tutti gli indicatori civili, scavalcati anche da metà del Terzo Mondo, eppure tutto va ben madama la marchesa.
Possibile che, in Italia, le classi dirigenti non riescano a smettere di rubare?
Quando esplose Tangentopoli, a costo di essere frainteso, dissi che i gerarchi fascisti rubavano molto meno dei democristiani e dei socialisti. Arrivai a elogiare i “barbari” della Lega che ce li avevano tolti dai piedi. Ora questi rubano ancor più della Dc e del Psi. E lo fanno alla luce del sole, con trucchetti da ciarlatani: invitiamo i capi del mondo al G8 e buttiamo centinaia di milioni. Ma non possono farsi una telefonata, i capi del mondo?
Paolo Mieli dice che sta per saltare il tappo, come nel ’92.
Eh eh, Mieli è un mielista, furbo ma intelligente. Siamo in attesa della grande luce di Borrelli. Forse Berlusconi finirà per stancare, ma siamo ancora all’accecamento della morale: quegli imprenditori che si fregano le mani per il terremoto dicono che la febbre del denaro è ancora alta. E’ come nella Bibbia: Mosè che scende dal Sinai con le tavole della legge e trova gli ebrei che festeggiano attorno al vitello d’oro. Noi li abbiamo superati.
Che idea si è fatto di Bertolaso?
Non credo che abbia rubato di suo, ma che abbia lasciato rubare gli altri. Quando si vuol fare tutto in fretta, si aboliscono i controlli e succede di tutto. L’ha perduto la vanità: si credeva Superman, uno che va a dare lezioni agli americani… Non era difficile capire cosa succedeva.Se gli italiani fossero raziocinanti gli avrebbero impedito di buttare i soldi in tante opere inutili.
Forse, con più informazione e più opposizione, sarebbe più facile ribellarsi.
La cosa più deprimente è la lettura dei giornali, per non parlare della televisione. La nostra democrazia diventa autoritaria anche perché ci sono giornalisti comprati con prebende e privilegi, ma soprattutto terrorizzati. Incontro colleghi, si finisce per parlare di quel che combina Berlusconi, e quelli cambiano subito discorso. Se diventi nemico, sei segnato. Tu ce l’hai spesso col Corriere: credo che la carta stampata sia rimasta democratica, ma ha paura di lui. Si inventa di tutto, pur di parlar d’altro: chiamano ‘terzismo’ il doppiogiochismo. Dicono persino che, a parlar male di Berlusconi, si fa il suo gioco. Ma a chi la danno a bere?
Lei guarda molta televisione?
Sì, ho il gusto dell’orrido. E’ una galleria di mostri. Non riesco a levarmi l’incubo di Feltri, Belpietro, quel Sallusti… E le facce di Ghedini, di Brunetta… Quando li critichi, ti rispondono che sei un vecchio arteriosclerotico. Ma come si fa a diventare così?
La beatificazione di Craxi, i dossier su Di Pietro e ora l’immunità parlamentare d’accordo col Pd.
Beh, è tutto collegato. E’ la complicità fra colpevoli delle due parti. Di Pietro lo attaccano perché ha il merito di essere l’unica opposizione. Craxi piace tanto a questa destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era un corrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha dato un’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguono ma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più.
Dicono che non bisogna attaccarlo, che i problemi sono altri.
E quando ne parlano, degli altri problemi?Allora almeno parlino male di un aspirante tiranno, no? Prima avevamo i Bobbio, i Foa, ora che fine han fatto gli intellettuali di sinistra? Possibile che non nascano più persone intelligenti?
Violante si spende molto per l’immunità parlamentare, dice che la magistratura non deve scalare il trono del principe.
Perché lo fa? Boh, vorrà fare carriera anche lui. Che personaggio viscido, non lo sopporto.
Il presidente Napolitano non le pare troppo condiscendente?
Va considerato nella sua biografia. E’ sempre stato un comunista prudente. Vuole durare, e non so se sia un bene o no. Ogni tanto tira un colpetto, ma chiedergli di fare l’eroe è troppo.
Che speranza abbiamo?
Che la gente si accorga del suicidio di farsi governare da uno abilissimo a fare soldi: quello i soldi, invece di darteli, te li porta via. Che gli italiani si vergognino almeno per le sue cadute di stile, tipo gli sghignazzi sulle belle ragazze mentre parla del dramma degli immigrati col presidente albanese. Che capiscano come un minimo di decenza e legalità è meglio di questa anarchia lurida. Non dico la virtù, l’onestà: un po’ di normalità e di civiltà. L’unica bella notizia degli ultimi anni è il popolo viola, spero che le prossime manifestazioni siano ancora più massicce e visibili. Se si ribellano i ragazzi, non tutto è perduto.
da: ilfattoquotidiano.it
Lecco, provincia di Cazzullo – di Marco Travaglio
Eravamo decisi ad assegnare il Leccone d’Oro 2011 al primatista mondiale Sallusti, per lo scatto finale di cui ha dato prova ieri, col memorabile titolone sul Giornale: ‘“Silvio non mi ha pagato’. Mills lo scagiona in aula: ‘ Ho inventato tutto per ingraziarmi i Pm’. Scoperto il bluff. Il processo che doveva dimostrare la corruzione del Cav finisce nel nulla”.
L’idea che un tizio giudicato colpevole in Cassazione (Sallusti lo definisce strepitosamente “assolto per prescrizione”) di esser stato corrotto da B. in cambio di due false testimonianze ne faccia una terza per negare di essere stato corrotto e venga creduto da qualcuno, già ci pareva affascinante. E ancora più avvincente ci sembrava il movente usato per spiegare perché avesse scritto al commercialista e confermato ai pm di essere stato corrotto da B.: voleva salvare un certo Diego Attanasio e non aveva trovato di meglio che accusare il premier italiano.
Ma ciò che trovavamo davvero irresistibile era che Sallusti potesse immaginare che i giudici, fra una verità accertata in Cassazione e la bugia di un imputato colpevole, credano alla seconda. Insomma, ci eravamo convinti che il Leccone d’Oro lo meritasse lui, alla carriera. Poi però, sul Corriere, è uscita un’intervista di Aldo Cazzullo al cardinale ciellino Angelo Scola, arcivescovo di Milano. E abbiamo dovuto arrenderci: di fronte a cotanta lingua, Sallusti è un dilettante.
Quella di Cazzullo non è un’intervista: è una via di mezzo fra il terzo grado e il corpo a corpo. Un crescendo rossiniano: “Teme davvero il ritorno alla violenza?”, “Ritiene che il primo passo verso il risveglio dei cattolici si sia compiuto con la formazione di questo governo?”, “Sta dicendo che c’è un deficit della politica che i tecnici non possono colmare?”. Lavorato ai fianchi, Sua Eminenza vacilla: “Sì, ho questo timore”, “È solo un segnale”, “Certo”. Gancio destro in pieno volto: “Qual è il suo giudizio sull’era Berlusconi? La Chiesa gli ha concesso un credito eccessivo?”. Il presule si aggrappa alle corde del ring per non finire al tappeto: “Presto per dare un giudizio complessivo”. In effetti sono trascorsi solo 18 anni, ne riparliamo nella prossima era geologica. Però si può già dire che “la casa brucia”. Un intervistatore qualunque ne profitterebbe per ricordare che sulle sue, di case, la Chiesa non paga l’Ici. Ma Cazzullo è speciale. Lo previene il porporato, facendosi la domanda e dandosi la risposta: “Si sta facendo un gran polverone sull’Ici”. Ecco, un gran polverone. “Lei – incalza il Cazzullo – proviene da Cl. Non teme che, tra i quasi 17 anni di potere di Formigoni, gli affari, gli scandali, Cl sia caduta in qualche eccesso?”.
In effetti trovare un leader ciellino rimasto a piede libero è arduo: concetto che cazzullescamente si traduce in “qualche eccesso”. Risposta: “Conosco Formigoni da quando aveva 14 anni, anche se da tempo ci si vedeva di rado. Se è stato eletto 4 volte consecutive, ci sarà pure una ragione”. È quel che si domandano i pm che indagano sulle firme false della lista e sui bilanci falsi del San Raffaele. E infatti ecco l’uppercut cazzullesco: “Che idea s’è fatto del caso San Raffaele?”. Scola: “Mi mancano troppi elementi per formulare un giudizio”. Mancherebbero pure un paio di miliardi nelle casse del San Raffaele, ma non sottilizziamo. Ben altro allarma Sua Eminenza: “Qualche interrogativo è nato talvolta dalla ricerca biotecnologica”: ecco il guaio del San Raffaele, la ricerca biotecnologica. Assalto finale: “Lei è nato a Lecco e si è formato a Milano: come l’ha ritrovata?”. Magari col Tom-Tom? No, ce l’ha portato l’autista.
Alla parola “Lecco” pronunciata da un invidioso Cazzullo, che invece è solo di Cuneo, il cardinale ha l’istinto di farla finita: “La formula del mio ‘ ritorno a casa ’ è vera. Sarà forse un anticipo del crepuscolo dovuto all’età…”. E Cazzullo, affranto ma pronto: “Non dica così, lei ha appena compiuto settant’anni”. Così giovane e già così cardinale.
Poche storie: Leccone d’Oro honoris causa.
Il Fatto Quotidiano, 24 Dicembre 2011
2012, a svegliarci saranno i sogni (Massimo Gramellini)
Il mio amico Joe Maya, esperto in profezie terrorizzanti, si è licenziato ieri da Wall Street per aprire un’agenzia di sopravvivenza, «Occupy Yourself». Occupa te stesso. A volte è più difficile che occupare una piazza. Mi ha mandato l’opuscolo pubblicitario.
«Caro compagno d’avventura, sono orgoglioso di anticiparti che il 2012 ti romperà le scatole. Non potrai più fare quello che hai sempre fatto. Se vorrai sopravvivere, sarai costretto a cambiare. Ho preparato una griglia di incroci che la vita ti getterà fra i piedi nei prossimi mesi. Gli incroci non li hai decisi tu, e questo si chiama destino. Ma quale strada prendere a ogni svolta dipende solo da te. E questa si chiama libertà. Protesta o subisci. Non credo sia più tempo di scrollare le spalle. Se ti tirano uno schiaffo, passati pure una parola di perdono sulla ferita. Ma non avere paura di urlare il tuo dolore.
Accetta o rifiuta. Il mondo è cambiato. Se non sei un cinese o un indiano, probabilmente in peggio. Per provare a cambiarlo daccapo, prima devi prenderlo com’è. Conosci la favola dei due topolini che un giorno non trovarono la fetta di formaggio al solito posto? Uno solo morì di fame: quello che restò ad aspettarla. Scappa o rimani. Puoi cercare altrove (ti suggerisco l’Australia per il clima e il Brasile per la compagnia) oppure cercarti dentro di te. A volte le scoperte più importanti si trovano a chilometro zero. Però ogni tanto alza le chiappe dal computer e azzarda una passeggiata fra gli umani. I sentimenti sono fatti di odori che neppure Jobs era riuscito a mettere in scatola. Delega o agisci. I politici non ti odiano e non ti vogliono bene: semplicemente se ne infischiano di te. Puoi provare a cambiarli, ma ricorda che non c’è limite al peggio, come disse un mio amico prima di conoscere Scilipoti. Oppure puoi provare a ricambiarli. Infischiandotene di loro. La nuova politica è il progetto che farai tu, associandoti con i tuoi simili per un obiettivo comune.
Diffida o credi. Puoi credere che tutto sia un complotto contro di te. Oppure credere in te. (Berlusconi riesce a fare entrambe le cose, ma è un caso unico). La prima strada è più sicura: troverai sempre qualcuno disposto a fornirti le prove della congiura. La seconda è piena di spifferi. Una via per eletti. Ti piacerebbe essere eletto, per una volta? Arretra o evolvi. Arretrare ha i suoi vantaggi, specie se ti trovi a un passo dal baratro. Evolvere ha il suo fascino: la perdita delle sicurezze può farti vincere un rischio, oltre il quale ci sei tu in un modo che adesso non puoi neanche immaginare. Scegli: avanti o indietro. Basta che ti muovi.
Rimpiangi o ricostruisci. Il torcicollo emotivo ha un effetto calmante sui pessimisti. Altri preferiscono guardare oltre le macerie. Il trucco è ripartire da un sogno piccolo. Aiuta a combattere la sensazione di non contare nulla e di non poter cambiare mai nulla, neanche se stessi». Sui deliri di Joe Maya non mi pronuncio. Ma l’ultima frase la sottoscrivo: non sono gli schiaffi a svegliarci, ma i sogni. E poiché il prossimo anno di schiaffi ne arriveranno parecchi, auguro a tutti un risveglio pieno di sogni.
Da La Stampa del 24/12/2011.
La crisi e il virus anticapitalista delle brigate nonni calabresi
Per questi giorni festivi che concludono l’anno sotto il segno della “manovra Monti” vi proponiamo un racconto, assolutamente improbabile ma pur sempre possibile, dell’anno che verrà
Eravamo arrivati a dicembre del 2011 con poche illusioni su quello che sarebbe stato il nostro rilancio nell’economia globale.
Dopo un decennio e passa di turbo capitalismo, pompato dalla finanza, le mura del castello di carta avevano preso fuoco. Prima la crisi dei mutui, il tracollo della banca Lehman Brothers, fino al collasso delle finanze di diversi stati, Grecia, Spagna, Italia, Islanda. Certo non si era trattato di uno starnuto, in Grecia le riforme “taglia taglia” imposte dal governo per curare la crisi avevano incontrato non poche resistenze: scontri di piazza, migliaia di persone incazzate e decise a non pagare i debiti avevano occupato le strade di Atene, assediato il parlamento il giorno in cui si votava la riforma; in Spagna, invece, la protesta aveva preso piede con le occupazioni delle piazze. Lo stesso avveniva in America e anche se per poche settimane anche in Italia gli indignados nostrani avevano manifestato, poi dopo gli scontri del 15 ottobre a Roma, tutto era rientrato in un’apparente normalità. Intanto il governo Berlusconi aveva lasciato il passo a quello tecnico, giusto in tempo per consentire ai nuovi insediati di fare il lavoro sporco, quello che nelle situazioni di guerra si lascia fare ai gruppi speciali, come sgozzare a sangue freddo qualcuno purché si vinca. Solo che in questo caso il nuovo governo tecnico doveva fare di più, pareggiare un debito da capogiro e chiedere i famosi “sacrifici”, soldi liquidi freschi freschi, anche a persone che avevano già stretto abbastanza la cinghia: pensionati a 600 euro; persone con una sola casa, una pensioncina utile a coprire le spese di sussistenza e via così. Certo anche i ricchi avrebbero contribuito, ma va da sé che per loro il disagio era minore. Per meglio oliare il sistema e dare credibilità e legittimazione alle ingiustizie sociali in corso la maggior parte dei mezzi d’informazione avevano sostenuto il governo Monti e figure di riferimento come il presidente Napolitano avevano sdoganato l’idea che anche i poveri dovevano sopportare la loro quota di sacrifici. Non a caso la riforma era stata definita “lacrime e sangue” con qualche lacrimuccia d’accompagnamento per umanizzare l’inumano. Il modello che si stava delineando era il risultato di una follia collettiva: quella dei politici e dei tecnici scienziati; quella della finanza e dei capitalisti che negli anni avevano fatto il bello e il cattivo tempo per aumentare rendimenti e profitti; quella della gente comune che per timore di svegliarsi dal sogno preferiva continuare a credere che in fondo lo stato stava lavorando a fin di bene per la crescita di tutti.
A gennaio del 2012 dopo un capodanno a botti ridotti, un gruppo di pensionati, falange calabrese delle Brigate nonni, una mattina occupò l’autostrada allo svincolo di Rende, bloccando il traffico per ore con tarantelle, vino caldo e taralli. Dopo un giorno si unirono a loro San Precario, i suonatori di zampogna di San Giovanni in Fiore, gli studenti delle università e tanti altri della rete Occupy. Le rivendicazioni erano chiare: la Calabria era una regione a statuto anticapitalista; come e quando crescere lo avrebbero deciso da soli; i soldi non li avrebbero pagati i poveri; gli usi civici venivano ripristinati dal legnatico alla coltivazione di terreni incolti; il reddito di cittadinanza era la rendita da elargire a tutti quelli senza lavoro. Insomma, un minimo necessario per vivere lo si doveva assicurare a tutti, giovani e vecchi, felici e infelici, ‘ammosciatori’ e non.
Dalla piccola provincia calabrese la protesta si diffuse come un virus. Nonostante l’arrivo di squadre antisommossa, i nuovi battaglioni regi, i calabresi rimasero lì, occuparono il Museo del presente e l’Iperstanda a Rende, il teatro Morelli e diverse case sfitte a Cosenza, poi le terre in Sila e il Museo delle migrazioni. E poiché i calabresi di cuore sono buoni, lasciarono ai facoltosi la possibilità di arricchirsi, ma non più sulle loro spalle, nella speranza che un giorno anche questi avidi individui potessero trovare una ragione di vita migliore. La primavera calabrese coincise con un inverno freddo che raggelava anche i lupi, ma aveva la forza di uno spacca ghiacci. Da gennaio ad aprile aumentarono le città in rivolta; un vento di festa riportò la politica nelle piazze di città e paesi dove si discuteva e decideva in comune su tutto. Fu la fine della tirannia della democrazia rappresentativa a vantaggio della democrazia diretta. Insomma, un sogno realizzato dopo secoli di dominazione e resistenze. E si dice anche che tra la gente qualcuno abbia riconosciuto Ciccilla, la brigantessa calabra, alla processione di San precario, ma (solo) quest’ultima notizia è da verificare.
Elisabetta Della Corte
da: Ciroma.info
La notte in cui finì l’Urss – Maurizio Chierici
La sera di Natale attorno alla piazza Rossa; Natale 1991. Dietro i vetri dell’hotel National i giornalisti aspettano con gli occhi rivolti al Cremlino dove sventola la bandiera nella quale soffia l’inverno. Bandiera di Stalin, bandiera di Breznev, bandiera di Gorbaciov. Lenin alzava gli occhi al cielo con l’orgoglio di avere incrociato gli arnesi di contadini e operai nel simbolo della rivoluzione: quel giugno 1918.
Ottantatré anni dopo la rivoluzione è il reperto sfasciato di una burocrazia che soffoca la gente, superpotenza degli stracci, e la bandiera sta per essere sostituita da una bandiera nuova che è poi la vecchia disegnata da Pietro il Grande, zar così lontano dalle anime morte di un popolo senza nome.
Anche il comunismo stava morendo e risorgevano le patrie nell’impero Unione Sovietica. Cambio di guardia a mezzanotte deciso con una pazienza che escludeva “sconvolgimenti e spargimento di sangue”, speranza dei paesi decisi a sciogliere i lacci dall’Urss per riprendersi la sovranità perduta. La banda militare aspetta. Nessun pericolo che possa scivolare su una nota: la musica dell’inno nazionale resta la stessa, solo le parole annunciano meraviglie diverse.
Gorbaciov aveva capito ciò che i conservatori del vecchio partito e l’Occidente non riuscivano a indovinare. L’Urss era finita e il presidente della perestroika provava a salvare almeno la Russia riavvicinandola al mondo cosiddetto normale.
Il timore per uno sconvolgimento che cambia la vita di tre generazioni indurisce i guardiani dell’ideologia ormai vuota: ecco il golpe che toglie di mezzo Gorbaciov, ma Boris Elstin, allergico al socialismo reale, si infila al potere e va a trovare la signora Thatcher. E le porte si aprono ai mercati del mondo libero, naufragio dell’economia quasi autarchica dell’impero.
Le ambizioni di Putin cominciano con questo ammaina bandiera. Nella notte di Natale il Cremlino festeggia il funerale della terribile utopia. La banda comincia a suonare, falce e martello spariscono nel buio mentre il tricolore dello zar si riprende la santa Russia. Non proprio una festa.
Nelle chiacchiere del National le lacrime dei camerieri e la commozione di piccoli politici e babuske che governano i piani dell’hotel. Perché cambiare bandiera è come cambiare paese, migrazione dei ricordi da cancellare, emozioni che non valgono più. E l’Urss diventa una parola scaduta nella Russia che sognava una specie di piano Marshall.
Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2011

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