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La manovra del governo Monti è il primo banco di prova della nuova strategia di comunicazione del Popolo delle Libertà: costruire un dialogo con gli elettori sfruttando le potenzialità dei social network, adottando toni pacati e soprattutto cancellando le responsabilità degli esecutivi Berlusconi
“Troppo dura la botta su casa e pensioni; noi avremmo voluto una manovra un po’ diversa; questa è la manovra economica del Governo Monti. Conclusione: stiamo lavorando per migliorarla”. In appena due righe Angelino Alfano condensa i cardini della strategia di rilancio del Pdl, studiata a tavolino e mirata a un solo obiettivo: far dimenticare agli elettori che il partito è il principale responsabile dell’emergenza economica che vive il Paese, cancellare l’assioma per cui gli italiani sono costretti ai sacrifici per colpa dell’operato di Berlusconi. Quindi si attacca la manovra (“troppo dura”) rivolgendosi a chi è più coinvolto (proprietari e pensionandi), sottolineando che la causa è del governo di Mario Monti, incensandosi (“avremmo voluto una manovra un po’ diversa”) e mostrandosi però responsabilmente disponibili a collaborare (“stiamo lavorando per migliorarla”). E il luogo scelto dal Pdl per ricostruirsi una verginità è internet. La dichiarazione, infatti, Alfano non l’ha rilasciata durante un’intervista in tv o a un quotidiano ma sui suoi profili di twitter e facebook. E’ qui, sulle bacheche virtuali dei deputati del partito di Silvio Berlusconi, che si consuma la rincorsa delle prese di posizioni in merito alla manovra negli ultimi giorni. Da Alfano a Fabrizio Cicchitto, da Maurizio Lupi a Gaetano Quagliarello: dal 18 novembre, da quando il segretario annunciò che il partito avrebbe aperto un dialogo diretto con gli elettori su internet, tutti gli esponenti maggiori del Pdl hanno cominciato ad aggiornare i loro profili sui social network.
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TUTTE LE Foto della Lite su Twitter tra Mara Carfagna e Andrea Sarubbi, li – 1 di 9 – Repubblica.it.
Qui sotto il primo Tweet che ha scatenato il Botta e Risposta!
I dati dell’agenzia parigina OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, parlano chiaro: la grave crisi finanziaria dell’Islanda è praticamente alle spalle e la democrazia difesa con forza dal popolo islandese ha vinto sulle oligarchie finanziarie mondiali.
Mentre l’OCSE prevede ancora un biennio 2012-2013 di profonda crisi economica, stagnazione e recessione (Italia, Grecia, Portogallo) per tutti i paesi dell’area euro, l’Islanda proprio nei prossimi due anni comincerà a virare in positivo dopo avere superato la fase più difficile della crisi finanziaria negli ultimi due anni.
L’OCSE ha previsto per il 2012 una crescita del PIL dell’Islanda del +2,4% (contro -3,2% del Portogallo, -3% della Grecia, -0,5% dell’Italia) e un calo della disoccupazione fino al 6,1% (contro 22,9% della Spagna, il 18,5% della Grecia e l’8,5% dell’Italia), confermando che la cura islandese ha stravinto contro il suicidio assistito proposto dalla trojka finanziaria FMI, BCE, UE per i paesi dell’area euro in odore di salvataggio.
La crisi finanziaria dell’Islanda era iniziata nel 2008, perchè le tre principali banche private sfruttando un periodo di interessi alti in Islanda avevano attirato enormi capitali dall’estero, investendo in titoli subprime americani e altri derivati e aprendo depositi ad alto rendimento (i cosidetti Icesave) in Gran Bretagna e Olanda, che avevano accumulato in pochi anni un debito di circa 4 miliardi di euro.
Quando è iniziata la bolla speculativa dei subprime americani, l’Islanda si è trovata all’improvviso sul bordo del baratro perchè le sue banche non avevano più soldi per pagare i correntisti inglesi e olandesi ed è proprio in questo momento che con un tempismo da becchino è spuntata dal nulla l’FMI che ha proposto all’Islanda un prestito di 3 miliardi di euro, da rimborsare con un programma pluriennale di sacrifici e tagli alle tasche del popolo islandese e un piano progressivo di espropriazione del patrimonio ambientale, della democrazia e dei diritti della gente d’Islanda.
A questo punto con un moto di orgoglio di nazionale il popolo dell’Islanda ha cominciato a ribellarsi, perchè in effetti non erano stati i cittadini ad accumulare quell’enorme debito, ma i banchieri privati che intanto dopo essersi arricchiti truffando i clienti erano fuggiti all’estero per non farsi arrestare.
Il governo che aveva tentato di approvare il piano di depredazione del FMI fu costretto a dimettersi, il primo ministro fu portato davanti un giudice di tribunale dove è tuttora in corso un processo per corruzione e il popolo dell’Islanda ha ripreso rapidamente il controllo della situazione, bocciando due referendum contro il piano di salvataggio del FMI, istituendo un’assemblea costituente per riscrivere la nuova costituzione e nazionalizzando tutte le banche private presenti nell’isola, compresa la banca centrale di emissione della moneta nazionale (la corona islandese).
Mentre l’FMI si occupava di risarcire gli incolpevoli clienti inglesi e olandesi truffati dai loro affiliati banchieri, l’Islanda ha dimostrato a tutto il mondo che la democrazia, quando il popolo viene mobilitato in piazza e sui forum internet, funziona ed è più forte di tutte le astruse regole della finanza, che sono fatte apposta per arricchire una minoranza (1%) e affamare il resto della popolazione (99%).
Grazie alla ritrovata sovranità popolare dei suoi 320 mila abitanti, l’Islanda ha mantenuto salda la coesione sociale, ha svalutato la corona per rilanciare le esportazioni, ha messo regole più ferree ai nuovi tentativi di speculazione finanziaria e ha chiuso le porte a tutti quegli avvoltoi internazionali come l’FMI, che con la scusa di risanare un debito illegale e mai contratto dai cittadini, tentano in tutti i modi di togliere al popolo l’unica conquista che ha veramente importanza di questi tempi: la democrazia.
Piero Valerio
Uno dei fedelisismi del governatore Scopelliti sceglie la rete per attaccare con insulti razzisti il comico toscano. “Nauseati” e “schifati” si definiscono quelli del Pdci. La polemica infatti appare sterile davanti alla crisi economica che sta vivendo il comune di Reggio Calabria
Benigni? Un miliardario, un comunista e un ebreo. Parla l’assessore comunale all’Urbanistica di Reggio Calabria Luigi Tuccio che è anche coordinatore “Grande Città” del Popolo della Libertà.

Tuccio
Prendendo spunto dallo show di Fiorello andato in onda su Raiuno, infatti, il fedelissimo del governatore Giuseppe Scopelliti si scaglia contro Roberto Benigni: “…Abbiamo pagato Benigni per fargli fare l’ennesima filippica contro Berlusconi e la lode della merda! Comunista ebreo miliardario e senza contenuti!”.
Mentre il Comune di Reggio Calabria affonda tra inchieste giudiziarie sulla “zona grigia” e buchi in bilancio da 171 milioni di euro, il Pdl pensa ad altro. Non certamente agli scandali del Palazzo, al ministero dell’Economia e agli ispettori della Procura della Repubblica che certificano la voragine delle casse comunali frutto della “Reggio da bere” di stampo scopellitiano. E neanche alla richiesta che il ministero dell’Interno ha formulato al prefetto Luigi Varratta che dovrà preparare una relazione al fine di valutare un eventuale esercizio dei poteri d’accesso al Comune da parte del Viminale.
Piuttosto che preoccuparsi di come uscire da una crisi che ha radici profonde nove anni, uno dei rappresentanti di punta dei “Peppe boys” si cimenta su Facebook in esternazioni razziste. Le parole comunista, ebreo e miliardario, evidentemente per l’ex Msi ed ex An, sono da considerare di accezione negativa. Continua a Leggere
Lo studio sviluppato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha fotografato la situazione italiana e proposto soluzioni: occupazione, istruzione, incentivi alla formazione professionale, riforma delle politiche fiscali e previdenziali e offerta di servizi pubblici gratuiti
In Italia i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. Così si può leggere il rapporto Ocse “Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising“ (Siamo divisi: perché l’ineguaglianza continua ad aumentare) secondo il quale il gap di reddito tra la fascia sociale più benestante e quella meno abbiente continua ad aumentare da circa trent’anni. Il fatto è che in Italia la disuguaglianza dei redditi è superiore alla media dei Paesi Ocse, addirittura più elevata che in Spagna ma inferiore al Portogallo. Secondo l’Ocse, nel 2008 il reddito medio del 10 per cento più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10 per cento più povero (4.877 euro), mentre a metà anni novanta era “solo” otto volte più grande.
Ricchi sempre più ricchi - “La proporzione dei redditi più elevati è aumentata di oltre un terzo”. Questo vuol dire che l’1 per cento più ricco degli italiani ha visto il proprio reddito lievitare del 7 per cento nel 1980 e di quasi il 10 per cento nel 2008. Tradotto su scala nazionale, ci troviamo di fronte a una situazione dove lo 0,1 per cento della popolazione detiene il 2.6 per cento dell’intero reddito nazionale. E le tasse? Per i paperoni sono generalmente diminuite, dal momento che “le aliquote marginali d’imposta sui redditi più alti si sono quasi dimezzate passando dal 72 per cento nel 1981 al 43 per cento nel 2010″.
Boom del lavoro autonomo - Secondo l’Ocse, “l’aumento dei redditi da lavoro autonomo ha contribuito in maniera importante all’aumento della disuguaglianza dei redditi da lavoro: la loro quota sul totale dei redditi è aumentata del 10 per cento dalla metà degli anni Ottanta”. Va detto che proprio nel lavoro autonomo si concentra notoriamente la fetta più grande dell’evasione fiscale, fattore che, anche se non preso in considerazione dallo studio, fa aumentare ancora di più l’income di chi “non paga le tasse”.
Ricco sposa ricco - L’Ocse mette poi in rilievo come “sempre più persone si sposano con persone con redditi da lavoro simili ai loro”. Questo, spiega l’organizzazione, “ha contribuito ad un terzo dell’aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie”, in quanto fa lievitare proporzionalmente la differenza di reddito tra coppie ricche e coppie povere.
Crollano gli aiuti dei servizi pubblici – Una grossa campanella d’allarme è costituita dalla ridotta capacità di servizi quali sanità, istruzione e altri servizi pubblici a ridurre la disuguaglianza di reddito. Nel 2000 questo avveniva per circa un quarto dei casi, oggi per solo un quinto. Occupazione, istruzione, incentivi alla formazione professionale, riforma delle politiche fiscali e previdenziali e offerta di servizi pubblici gratuiti sono tra le ricette suggerite dall’Ocse all’Italia per invertire il trend attuale.
Infine lo studio si permette una considerazione: “La quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistribuivo della fiscalità onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi”. Insomma, tradotto in parole povere, “chi ha di più potrebbe pagare di più”.
da: ilfattoquotidiano.it